lunedì 17 settembre 2018

Piazza Garibaldi: il cuore pulsante del Centro storico

Sulla piazza Garibaldi, per chi vi si affaccia provenendo, come noi, dalla via Cavour, subito vediamo sulla destra un pub. Questo luogo, secondo le nostre guide, era l’Osteria del “Masacca”, tale Cermesoni, il “caffè sport”. In seguito questo spazio fu gestita da Lina Carcano e Giuseppe Ferioli, che vi hanno lavorato dalla fine del 1947 fino all’età della pensione (Una vita intera trascorsa nel Centro storico).

Subito dopo, prima dell’ingresso del palazzo del cardinal Branda Castiglioni, c’era il Gastone, il benzinaio, sulla sinistra c’era la posteria Lucioni, che è rimasta aperta fino a pochi anni or sono; e poi, sempre sulla sinistra, c’era l’Anita cartolaia, il daziere con la pesa e la Maria Lucioni Maria Luziona,nel dialetto locale) ortolana.
Attraversiamo la piazza: di fronte c’era Rosolino, il macellaio e, a sinistra di questo negozio, c’era l’Offelleria: un altro bar che venne gestito, negli anni dai Lucioni, poi dai Battaini, poi dai Brianza. In seguito dai Cazzani. La signora Mariacarla è la vedova di Eugenio Cazzani (che alcuni chiamavano el Cazanel, forse perché non era molto alto).

A proposito dell’Eugenio Cazzani e della moglie, va raccontata una storia che è vera e che fa molta tenerezza; indicando l’attaccamento al servizio di questa famiglia. Una storia che mi è stata raccontata da chi, in quegli anni, sedeva in consiglio comunale.
Pochi metri più in là si apre proprio la sala consiliare (dovremmo dire si apriva, perché oggi, non si sa per quale motivo, non viene più utilizzata). I consigli comunali, si sa, hanno un orario di inizio ma non c’è quello della fina: si continua fino a che l’ordine del giorno non è discusso nella sua totalità. Ebbene. A volte si discuteva fino a tarda notte ed anche fino alle tre o alle quattro di mattina. Certamente, scontrandosi su principi politicamente opposti, discutendo fino allo spasimo. Ma, ogniqualvolta il consiglio finiva, una cosa era sicura: si usciva tutti insieme e si andava dal Cazzani a bere il caffè. A qualsiasi ora: perché l’Eugenio o la Mariacarla, magari addormentati dietro il bancone, dandosi il turno, non chiudevano fino a che non era terminato il consiglio. Una storia di altri tempi che è bello ricordare. Non restavano aperti per il guadagno di qualche caffè, poca cosa, ma per il servizio. Per un senso del lavoro che oggi commuove.

Ma torniamo a passeggiare sulla pizza. Dopo il bar, ecco che si apriva un negozio di alimentari di Giacomo Cazzani, e l’edicola dell’Angioletto Battaini e della Mariuccia Cazzani.

E, anche qui, c’è un storia che la Mariuccia ci perdonerà di raccontare. Lei era del 1925. Quando l’abbiamo cosciuta, aveva già i suoi anni. Ma, quando la incontravo, era sempre molto compita ed elegante: una signora d’altri tempi, negli ultimi anni con un bastone per sostenersi e con la badante sempre al suo fianco.
“Ciao Mariuccia, come va?”
Lei subito mi chiedeva di mia mamma (anche lei del 1925). E poi, diciamolo, un po’ la provocavo.
“Mariuccia, ma quanti anni hai?”
E lei nel suo bellissimo dialetto
“I ultim i eren 76” (gli ultimi che ho compiuto erano 76).
Un dato fisso: ma non perché fosse svampita, al contrario: si abbassava l’età per un suo vezzo.
Quando è morta, sono andato a trovarla. A casa sua c’era il nipote e gli ho raccontato questo aneddoto. Egli, di rimando, me lo ha confermato e mi ha detto:
“Chissà cosa dirà mia zia, visto che adesso sull’epigrafe mortuaria devo mettere la sua età vera.”
Un momento dolce, in un momento triste, per ricordare una parte del Centro storico che se ne andava, con il suo carico di ricordi e di vita. Tutta trascorsa in queste vie ricche di persone.

Proseguiamo lungo la nostra piazza.

Ancora pochi metri e c’era la posta. Di fronte, davanti alla chiesa di Villa, c’era la banca. Da lì si sale verso la Collegiata. E, a sinistra, c’è la Scolastica, voluta dal cardinal Branda Castiglioni nel Quattrocento; e che, nel 1880, viene requisita dallo Stato ed oggi è il palazzo comunale. Saliamo lungo il percorso verso la Collegiata e troviamo un arco: qui abitava il coadiutore e, subito dopo, in quella che è, ancora oggi, nota come Casa Mazenta, c’era il bar della Democrazia, della Lina Cagnin.

Ma non va dimenticato un aspetto molto importante. E caratteristico. Al centro della piazza Garibaldi c’era quella che tutti chiamavano “la brusela” un rialzo tondo con al centro un palo della luce. Era il ritrovo dei giochi dei bambini. Si giocava ai Quattro Cantoni, anche se era un cerchio attorno a cui giravamo le poche auto. È rimasto a lungo al centro della piazza, poi, per motivi di circolazione, forse, è stato levato.

venerdì 31 agosto 2018

Ipotesi di una origine tardo romana per Castiglione Olona

V. F.
C. PETRONIUS
GEMELLUS VIVIR
SIBI ET VIRIAE L. F.
LUCILIAE UXORI
C PETRON. PRIMIGEN.
PATRI
SAMMONIAE C. F.
LUTULLAE MAT.
PETRON MARTIAL
FRATRIS ET SUIS


Questo è il testo di un’epigrafie che oggi è conservata nel cortile del palazzo del cardinal Branda Castiglioni di Castiglione Olona. Forse, se ci fosse un po’ più di amore per questi documenti, si potrebbe portarla almeno all’interno del palazzo, riparandola dalle intemperie, con un gesto di attenzione che non fa per nulla male.
Il testo è reperibile anche sulla monumentale opera di T. Mommsen, C.I.L. (Corpus Iscriptiorum Latinarum) V 5444, che lo lesse personalmente, se dobbiamo credere, e nulla lo impedisce, al testo Castiglione Olona nella storia e nell’arte di Eugenio Cazzani, recentemente rieditato, grazie all’attenzione della famiglia Limido, ma che si rifà al testo originale del 1966 edizioni Mazzucchelli Celluloide.

Torniamo all’epigrafe e vediamo come viene trascritta e tradotta. Poniamo nelle parentesi quadre la trascrizione completa dei termini, che, in un’epigrafe, per motivi di spazio e di costi, erano normalmente abbreviati e, spesso, scritti senza soluzione di continuità tra le parole.

V[IVUS] F[ECIT]
C[AIUS] PETRONIUS
GEMELLUS SEVIS
SIBI ET VIRIAE L[UCII] F[ILIAE]
LUCILIAE UXORI
C[AIO] PETRON[IO] PRIMIGEN[IO]
PATRI
SAMMONIAE C[AII[ F[ILIAE]
LUTULLAE MAT[RI]
PETRON[IO] MARTIAL[I]
FRATRIS ET SUIS

Ecco la traduzione che viene proposta dal Cazzani e su cui concordiamo.

“Ancora vivente, Caio Petronio gemello (del collegio dei) seviri, dedicò [questo cippo] per sé e per la moglie Viria Lucilia, figlia di Lucio, al padre Caio Petronio Primigenio, alla madre Sammonia Lutilla figlia di Caio al fratello Petronio Marziale e ai suoi (altri familiari).”

Chi fossero i seviri (VIVIRI), è presto detto. Si tratta di sacerdoti augustali, un collegio, composto, appunto, da sei persone, che aveva il compito di promuovere il culto in onore degli imperatori defunti ed organizzare degli omaggi nei riguardi di quelli viventi. Gli Augustali compivano riti, indicevano giochi e presiedevano alle cerimonie in onore degli imperatori divinizzati. Nei municipi romani erano sei membri (seviri augustales) che rimanevano in carica un anno. Come, del resto, la maggior parte delle cariche romane.

Torniamo all’epigrafe. Si tratta di un cippo funebre che viene menzionato, per la prima volta, siamo attorno alla metà del Cinquecento, da Bonaventura Castiglioni, che lo rintraccia presso il palazzo di Niccolò Castiglioni, soprannominano il Romano. Da allora non se ne hanno notizie fino a quando non ne parla Diego Sant’Ambrogio, siamo sul finire dell’Ottocento, che lo rintraccia “nel cortile di una casa in contro all’edificio della scuola.” È il cortile di Casa Mazenta, quasi di rimpetto alla scolastica (oggi palazzo comunale).

Visto che vengono nominati i seviri, possiamo datare l’epigrafe nel periodo imperiale. Questo cippo deve aver viaggiato molto, se si crede, come dice il Giovio, che proveniva da Ligornetto e venne portato a Castiglione Olona dopo aver sostato a Castelseprio.

Il cippo è quadrato, sulle due parti a sinistra e a destra dell’iscrizione, sono raffigurate delle viti sui cui pampini sono posati degli uccellini che beccano gli acini d’uva. Il tratto delle lettere, oggi, come dicevamo, poco visibili, ma qualche anno fa ancora ben delineato, fa pensare che il dedicatario, Caio Petronio, dovesse aver curato con molta attenzione questo documento.

Prendiamo in considerazione anche una seconda epigrafe. Si tratta di un piccolo altare. La scritta è la seguente:


I. O. M.
L. VICTULLIENUS
VICTORINUS
VISU MONITUS

trascrizione:

I[OVI] O[PTIMO] M[AXIMO]
L[UCIUS] VICTULLIENUS
VICTORINUS
VISU MONITUS

Traduzione: a Giove Ottimo Massimo, Lucio Vittulieno Vittorino avvertito da una visione (pose).

Sulla parte destra dell’altare era raffigurata un ‘aquila con una penna nel becco. E, dall’altra parte, un’aquila con un serpente.

Mommsen colloca questa epigrafe in C.I.L. V 5597. Bonaventura Castiglioni ne riporta il testo in modo incompleto, tralasciando la prima riga, che Mommsen, invece, recupera da Andrea Alciati, il quale, a cavallo tra il Quattro ed il Cinquecento, raccolse diverse epigrafi poi riprese da Giovanni Gruter e Antonio Ludovico Muratori.
L’ara, portata al Museo Archeologico di Milano, oggi non è più rintracciabile.

Andrea Alciati è piuttosto perplesso nell’analizzare questo reperto. Intanto dubita del nome Victullienus, ma, non avendo a disposizione il testo de visu, non si dilunga su questo aspetto. Sulla simbologia dell’aquila dà una duplice interpretazione, nessuna delle due in chiave positiva. In Omero, Iliade XII, l’indovino Polidamante dice che l’aquila, quando porta una serpe che la ferisce, indica un’impresa iniziata male, per volere divino, che si conclude negativamente. Artemidoro afferma che l’aquila indica la morte di uomini illustri che, trasportati in volo dal rapace, diventano immortali. Ma il serpente è animale che rappresenta le forze oscure della terra e non si accoppia mai all’immagine di Giove, e la penna non è un simbolo chiaro.

Perché Cazzani ricorda questa epigrafe, oltretutto perduta? È importante la prima riga, con la dedica a Giove Ottimo Massimo: il culto alla somma divinità, oltretutto citata nei suoi tria nomina, significa che chi ha dedicato il testo era una persona di alto livello sociale. Che poi sia romano o romanizzato è altro discorso. Ma, certo, non era di rango umile.

Anche per questa epigrafe si sospetta, dice sempre il Sant’Ambrogio, la provenienza da Castelseprio.

Un terzo documento epigrafico

Questo testo è citato da Nicolò Sormani a metà del XVIII° secolo. È una lapide con la scritta seguente:

HERCULI MERCURIO
ET SILVANO
SACRUM ET
DIVO PANTEO EX V[oto]

Qui la traduzione e la traslitterazione sono facili e non le riportiamo.
Secondo Gruter, sarebbe stata trovata nel tempio dedicato a Santo Stefano. Il che darebbe una patina di maggior antichità al castello. I quattro dei, Ercole, Mercurio, Silvano e Panteo, avevano un culto piuttosto importante nella zona. Mercurio era protettore delle acque, quindi dell’Olona, che ci poneva di guardia al castello. Ma anche le altre divinità erano importanti nel territorio insubrico. Se il tutto fosse storicamente vero, dice, infine, Cazzani, ma non ci sono motivi per dubitare, potremmo confermare l’origine, quantomeno imperiale del territorio. Un altro tassello per dimostrare che la città di Castiglione Olona ha origini, quantomeno, tardo romane.

Per la produzione di questo testo ci siamo avvalsi ampiamente del libro di Eugenio Cazzani, d'altra parte citato nel testo, Castiglione Olona nella storia e nell’arte, recentemente rieditato, grazie all'attenzione della famiglia Limido, ma che si rifà al testo originale del 1966 edizioni Mazzucchelli Celluloide.

venerdì 24 agosto 2018

Prosegue il percorsa nel Centro storico: la via Cavour, il cardo massimo

La via Cavour, siamo ancora nel Centro storico, si innesta sulla via Roma proprio di fronte alla sede della proloco. Trovandosi a perpendicolo con questa via essa rappresenta la direzione nord sud: quindi, il cardo massimo, secondo la definizione romana.

Questa via ha una sua storia particolare, indipendentemente da quella che ci racconteranno, tra breve, le nostre amiche.

Si tratta di una via breve, piuttosto stretta, in cui il transito è davvero difficoltoso. Per un certo periodo, dopo che il Centro aveva perduto la sua funzione centrale, è stata regolata da un semaforo che induceva al senso unico alternato, ed era collocato, da una parte all’innesto dalla via Roma e, dall’altra, all’innesto sulla piazza Garibaldi. Ricordo anche che i due cortili che affacciano sulla via avevano una loro segnaletica in miniatura per indicare la direzione in cui procedere. In un secondo momento, il semaforo posto all’l’incrocio con la via Roma venne spostato prima della porta di levante, allungando i tempi di sosta. Qualcuno affermò, ma le voci nei piccoli centri sono così, che la scelta fu fatta dal sindaco del tempo, Giorgio Luini, “perché aveva un’auto lunga e non riusciva a manovrare bene nei vicoli stretti del centro”. Voci di paese, si sa.

Dopo questa soluzione si giunse alla creazione di un senso unico: in sostanza la via Cavour oggi è transitabile solo provenendo dalla via Roma e non nell’altro senso (per verità, solo chi abita nella corte detta “Di stalasc” può utilizzare i due sensi di marcia. Ma il senso unico non scoraggia i maleducati che, beatamente, abbastanza spesso affrontano i pochi metri della via in senso vietato. Maleducati. Una proposta di chiudere completamente la via lasciandola aperta solo ai residenti, avanzata dal Comitato di quartiere, è svanita nel nulla

Ma adesso facciamo parlare le nostre simpaticissime guide che ci raccontano cosa c’era in questa via. E ricordiamo i loro nomi: Iride Antognazza, Santina e Mariuccia Montoli, Mariacarla Beati.

Scendendo dalla Proloco, sulla sinistra c’era la salumeria del Discacciati; subito dopo un negozio di abbigliamento della Gibilera (crediamo si tratti di un soprannome); poi una parrucchiera, Anita Riganti della Barbera. Subito dopo un orefice, Cereda, che oggi è rintracciabile nella parte nuova della città, nella via di fianco all’oratorio. Ancora sulla sinistra c’era la latteria gelateria dell’Albrigi (ma qui le nostre guide sono incerte, perché, secondo alcune questo negozio sarebbe sulla sinistra, secondo altre sulla destra, proprio vicino all'ingresso della curt di Stalasc, e poi, ma siamo già sulla piazza Garibaldi, la posteria del Lucioni.
Sulla destra, sotto i portici, che esistono ancora oggi, c’era il Pagnoncelli, che vendeva pane e salumi. Se non ricordiamo male, il forno di Pagnoncelli è rimasto in Centro storico a lungo, fino a qualche anno fa.

“La curt di Stalasc”, corte delle stalle in lingua, ospitava “ul zucuratt”, un tal Podestà che, appunto, faceva gli zoccoli. All'interno della corte, c’era Il Caffi, antiquario, che aveva il suo laboratorio. In questo cortile, uno dei più belli ed ordinati del Centro storico, abitavano, o sono nati diversi abitanti di Castiglione Olona.

Una via breve, dunque, la via Cavour, ma ricca di movimento e di azione. Proviamo ad immaginarla nei giorni di lavoro, con le donne che andavano a fare la spesa, a fermarsi per una chiacchiera. Con gli uomini che uscivano il mattino o il pomeriggio per il secondo turno nelle fabbriche. Con i bambini che correvano, gridavano, si azzuffavano nella strada. Magari stando attenti a qualche scappellotto che arrivava dalla mamma o anche da qualche altra persona: perchè i bambini, quando ne fanno una, trovano, o, meglio, trovavano sempre qualcuno che li raddrizzava. Molto più di adesso.

mercoledì 22 agosto 2018

Entriamo nel Centro storico di Castiglione: la via Roma, il decumano massimo

La via Roma, che attraversa una parte del Centro storico di Castiglione Olona, passa dalla porta orientale a quella occidentale, per giungere, alla sua conclusione, al cosiddetto ponte romano; che romano non è ma, certamente, almeno nella sua struttura attuale, è medievale. Il ponte attraversa il fiume Olona e permette di raggiungere la zona dei mulini e poi, attraverso il Piccolo Stelvio, la frazione di Gornate Superiore.

Questa via assume, quindi, una direzione est-ovest, secondo il tracciato del tipico accampamento romano, che veniva costruito con due percorsi perpendicolari che si incrociavano al centro: il decumano massimo, appunto, in direzione est-ovest, ed il cardo massimo, in direzione nord-sud. Le altre vie erano parallele all'una o all'altra. E che a Castiglione Olona si possa risalire ad un sistema romano nel tracciato delle vie lo fa pensare il fatto che, secondo alcuni storici, la città sarebbe stata fondata dai romani all'inizio del V° secolo a. C.Quindi con un tracciato similare.

Ma il Centro storico di Castiglione Olona non è e non è mai stato adatto, almeno nella sua morfologia, ad avere una distribuzione viaria secondo la norma, poiché il decumano corre ai piedi della collinetta che sale al castello del Monteruzzo e non avrebbe la possibilità di essere attraversato dal cardo, che esiste ma si sviluppa, più o meno a metà del decumano, lungo via Cavour e piazza Garibaldi: giungendo nella piazza del Centro storico.

Che la via Roma fosse un passaggio importante lo si evince anche dal fatto che, secondo alcuni studi, questo sarebbe il tratto della via romana Comum Novaria che unisce le due città della Lombardia e del Piemonte. Un percorso che non si sa come collocare nel suo complesso, ma che, secondo alcuni studi, che condividiamo, partirebbe da Como lungo la cosiddetta Napoleona, che diventa poi Varesina, attraversa Olgiate Comasco, Solbiate Comasco, Binago, scende a Venegono Superiore e da lì a Castiglione Olona, passando dalla chiesa di Madonna in campagna (di cui parleremo), che segna un passaggio obbligato, e scenderebbe al Centro storico per risalire fino a Morazzone, Gazzada e poi verso il Ticino. Secondo altri studi, invece, si dirigerebbe verso Castelseprio, capitale del contado, per girare, infine, verso Novara. Ma il tratto nel Centro di Castiglione non è negato da nessuno.

La dimostrazione che la via Roma potesse, a buona ragione, essere percorso di grande transito si ricava, oltre che dal ponte, anche dal fatto che, scendendo verso l’Olona, poco prima di attraversare il fiume, se ci si gira sulla destra, sono presenti i ruderi di un luogo, che ancora oggi è chiamato Castelletto; e che sarebbe proprio a salvaguardia del ponte stesso, in una posizione riparata per chi giungeva da est, che avrebbe visto il mastio solo all'ultimo momento, a pochi passi dal fiume, mentre passava sotto le sue mura lungo la via che si restringe e non offre ripari; e, per chi proviene da ovest, scendendo da quello che qui è chiamato Piccolo Stelvio, per una singolare somiglianza con la salita tutta curve che richiama il passo omonimo, che si sarebbe trovato sotto il fuoco delle armi dei difensori della città, frecce o archibugi che fossero, senza possibilità di riparo alcuni. Un ottimo punto di difesa, quindi.

Attualmente, il Castelletto, che è una proprietà privata, è ridotto ad un rudere, il che è un peccato, perchè la sua importanza nella storia locale è evidente, e, secondo alcune ricerche, sarebbe stato anche citato in una lettera di Manzoni ad alcuni amici, a dimostrazione, qualora ce ne fosse bisogno, che non è un resto recente e che, già ai primi anni dell’Ottocento, assumeva una grande rinomanza.
Ma torniamo alla via Roma.

Secondo gli abitanti del Centro, questa via era ricca di negozi. D’altra parte, fino agli inizi degli anni Sessanta del secolo scorso, qui gravitava tutta la popolazione castiglionese. E qui erano presenti numerosi spazi commerciali di cui andiamo a dire.

Abbiamo parlato di questi insediamenti con quattro persone, le signore Iride Antognazza, Mariacarla Beati e le sorelle Santina e Mariuccia Montoli, che abitano, ancora oggi, nel Centro storico e che hanno ripercorso, assieme a noi, la via Roma, ricordando i nomi dei negozianti e di cosa si pccupassero. E per questo siamo loro molto grati, per la loro disponibilità, per la carineria e per aver aperto uno squarcio nella storia del Centro. Anche con un po'di nostalgia.

lasciamo a loro la parola. In un turbinare di ricordi che si infilano uno nell'altro,a volte sovrapponendosi, a volte confortandosi a vicenda; altre volte, infine, contrastandosi nel ricordo.

“Proprio appena oltre la porta orientale, sulla destra c’è una viuzza a fondo cieco (che termina alle spalle del palazzo del cardinal Branda Castiglioni). Qui, pochi passi, sulla sinistra, c’era un’osteria chiamata il Circolino. Scendendo ancora, c’era la Cooperativa: un negozio di alimentari, e, subito dopo, l’osteria e vineria del Costante. Subito dopo, c'era il Concollato, che faceva il ciclista. Sulla sinistra c’era un negozio del Bandera, che vendeva bombole e stufe a gas; poi c’era la tintoria Clarich e la macelleria del Culio (Poretti). Dove oggi c’è la vetrina della Proloco, c’era il Cremona, il calzolaio, e poi il negozio di abbigliamento del Luciano Mentasti. Poi si apriva la corte del Doro, l’ortolano (tuttora chiamata così, e oggi sede del Museo di Arte Plastica: l'unico in Italia che conservi materiale plastico trasformato in arte. Di cui parleremo presto). Scendendo verso il ponte romano, sempre sulla sinistra, c’erano due parrucchieri, uno di fianco all'altro, il Pierino ed il Felice. Prima del ponte, sulla destra, c’era l’Osteria della Cesarina.” Di questa signora si conosceva, o si vociferava, anche un altro impiego, diciamo dedicato alla parte maschile del Centro storico. Le nostre storiche locali glissano elegantemente, con un sorriso benevolo sulle labbra. IMpagabili.

La piazzetta di Casa Clerici è proprio a metà della via Roma. Di fronte alla corte del Doro. La casa, secondo i suoi abitanti, nasce come convento, per diventare, in seguito, una caserma. La presenza del Castelletto, di cui abbiamo parlato sopra, potrebbe esserne una dimostrazione del carattere difensivo del sito.

Questa era la via Roma, negli anni addietro: quando Castiglione Olona era tutta qui, tra le mura del suo Centro storico. Poi, c’erano le altre vie, altrettanto animate, ci sui parleremo in un altro momento.

sabato 5 maggio 2018

Una vita intera trascorsa nel Centro storico

Pubblico il resoconto di una chiacchierata che ho fatto, qualche tempo fa, con una persona che ha vissuto e lavorato nel Centro storico per una vita intera.
La signora Lina Carcano ha trascorso gran parte della sua vita nel Centro storico di Castiglione Olona. Sposatasi con Giuseppe Ferioli, detto Pepino, aveva incominciato a lavorare con i genitori in quello che sarebbe diventato il Caffè sport (quello che oggi è l'Old Inn Pub, n.d.r.), sul finire del 1947. Il 10 gennaio successivo le nozze e, da quei giorni, fino alla fine del 1977, ogni giorno la sua vita si è dipanata nel Centro storico. “Certo, ci hanno aiutati per aprire il negozio: i genitori, prima di tutto; e poi un’altra persona, notissima a Castiglione Olona, di cui non voglio dire il nome, ma che ringrazio ancora oggi: ci dette 450.000 lire ‘quello che fate, ci disse, è una bella cosa’. Li ricevemmo a Natale ed a Pasqua glieli avevamo già restituiti. Questo per dire che da subito abbiamo incominciato a lavorare. La licenza del negozio era la più antica del paese; aveva 200 anni. Prima però quel posto era una bettola, poi, con i miei genitori abbiamo incominciato a trasformarlo: il Centro storico era molto vivace, qui abitavano tutti ed i giovani avevano scelto di trascorrere il tempo libero da noi. Anche perché siamo stati i primi a fare il caffè espresso. Cosa non da poco.”
Era solo un ritrovo per una tazza di caffè o c’era altro?
“Con tutti quei giovani, si era formata una squadra di calcio, l’U. S. Castiglionese, che ha giocato per anni. E, quando c’erano le partite, noi andavamo a portare da bere a bordo campo. Ma abbiamo anche organizzato gare di boxe.”
E poi?
“Poi c’era il ristorante, che ci impegnava fino a sera tardi. E, qualche anno dopo, abbiamo messo il biliardo. Anche in questo siamo stati i primi a Castiglione Olona a fare una cosa del genere. Poi c’era la festa dei coscritti: durava otto giorni e venivano tutti da noi a pranzo.”
Erano anni pionieristici
“Sì, pensi che al posto del frigorifero c’era quella che si chiamava ‘la giazera’. Poi, con i frigo abbiamo portato anche il gelato, quello artigianale. Eravamo tra il 1948 ed il 1949. Andavamo a prenderlo a Varese al bar Leone.”
Qui nel Centro storico c’era anche il comune
“Certo, ed anche per l’amministrazione facevamo tanti servizi. Ma il Centro era pieno di attività commerciali: era tutto qui. Tra il Caffè e il palazzo Branda c’era il benzinaio, poi c’era l’ortolano, il panificio, sotto il portico nella via Cavour c’era la latteria, c’erano due parrucchieri: avevano il negozio uno vicino all’altro ma lavoravano tutti e due. E c’era la farmacia del dottor Assisi.”
Ci sono altri momenti che ricorda in modo particolare?
“Nel 1954 era arrivata la televisione: noi ne avevamo una a noleggio, costava 400 lire al giorno. Ma le persone che venivano per vederla erano tantissime. Pensi che quando è incominciato Rischiatutto siamo stati costretti a comperare una cinquantina di sedie nuove per far sedere tutte le persone che venivano da noi. Quando c’è stato lo sbarco sulla luna eravamo tutti al Caffè sport, attorno alla televisione.”
Era anche il centro parrocchiale.
“Giusto, e, quando c’erano i matrimoni o i battesimi, eravamo noi a preparare il rinfresco. A Natale, dopo la messa, mettevamo su trippa e cotechino.”
Ed era sempre frequentato
“Sempre: si giocava a carte, si rideva molto, si cantava, si parlava il dialetto. Proprio qui in Centro c’era il mercato, e gli ambulanti venivano da noi per un piatto caldo. Venivano a pranzo anche quelli che lavoravano attorno.”
Qualche ricordo particolare?
“Appena arrivata ricordo che mi misi a piangere. Poi, però il lavoro fu più importante. Però un ricordo divertente ce l’ho. Le scale per andare nella cantina sotto il banco del bar: c’era un gradino più alto degli altri. Mio papà aveva pensato di mettergli mano. Ma non lo fece.”
E possiamo assicurare la signora Lina che quel gradino è sempre lì, più alto degli altri: basta sapere che c’è per evitare di andare giù lunghi e tirati.

venerdì 16 febbraio 2018

L'entità. Secondo episodio: la corte del Doro. Il popolo.

La chiamano la corte del Doro, per via di un commerciante di verdure che qui lavorava. Siamo attorno alla metà del Novecento. Ma nell’antichità, almeno a cavallo tra il Medioevo e l’età Moderna, era chiamata la corte dei Castiglioni di Monteruzzo. A voi interessa solo questo per definire il luogo; e definirò allo stesso modo, con poche notazioni, i luoghi in cui vi accompagnerò nel corso del mio girovagare. Per il tempo in cui avvengono i fatti… ne parleremo con calma. Ma interessa davvero il tempo? A me, ovviamente, no, ed a voi nemmeno. È così breve il vostro che mi fate compassione. Vi darò qualche indizio… mi piace essere enigmatica. Ma il tempo della narrazione sarà sempre il presente. Perché per me tutto è presente. L’uomo sta vivendo sogni confusi e traviati dalle troppe tazze di birra che ha ingurgitato ieri sera. I pochi avventori che si sono intrattenuti con lui glielo hanno detto che stava esagerando, ma non li ha ascoltati; e questa sua ultima notte è quasi disperata, come se presagisse il suo destino. La paglia su cui si è coricato lo punge dappertutto, o così lui immagina; ma non è proprio così. Si lamenta nel sonno e disturba tutti coloro che dormono vicino a lui. Si rigira continuamente senza trovare riposo. Forse dorme, o forse è solo una veglia continua e dolorosa. Presaga di ciò che avverrà. Ma non può saperlo, ne sono sicura: è troppo stupido per capire. E poi, solo io conosco il futuro di coloro che incrocio. E la cosa mi piace, mi eccita, mi coinvolge appieno. I sogni adesso diventano più definiti: l’uomo vede una distesa di campi battuti dal sole, nessun albero e nessun riparo a distanza: sole, luce, un bagliore che lo acceca e lo tramortisce: forse sono le distese che si aprono qui vicino, sulla cresta della collina dietro il castello. Lui sta camminando lentamente, è quasi costretto a proseguire da una forza interiore, e non sa nemmeno dove si sta dirigendo, né perché, né comprende come possa continuare a camminare nonostante la stanchezza che gli pesa sulle spalle, sulle gambe, sul cuore. Prosegue. Forse alla ricerca di un riparo che gli permetta di evitare quel disco che lo sta cuocendo. Il sonno diventa sempre più pesante. Il caldo penetra dalle finestre alle quali, la sera precedente, nessuno ha posto un riparo. E lui continua a rigirarsi sul pagliericcio che gli penetra nel corpo e lo sta torturando. Nulla più, attorno a lui, ha senso: è confusione totale, arsura, dolore, non solo fisico. Cerca di svegliarsi. Apre gli occhi nel buio della stalla, e vede. Non dovrebbe, perché la luce non è ancora sorta, il sole è il frutto del suo sogno ancora vivo in lui. Come il caldo. Che diventa sempre maggiore e sempre più soffocante. Una presenza si è materializzata davanti a lui: la scorge e subito ne ha paura: ne coglie il disperato senso della fine. La riesce ad intuire perché il sole che lo accecava nel sogno adesso pare uscire da questa entità. Sa che è ancora notte, ma sa, allo stesso modo, che la notte adesso accoglie una luce sterminata, bollente ed, allo stesso tempo, fredda. Qualcosa che conosce, o che ha conosciuto, ma che adesso pare trasformata, diventando qualcosa di terribile. Ma che egli sente sempre di più dentro di lui. Adesso è in piedi, nudo, di fronte alla sua visione. Cosa sia non si capisce, se uomo, donna o altro. Ma è lì, silenziosa, foriera di male. Lo sente, come sente il dolore che lo circonda. Non solo quello fisico. Che adesso sembra avere origine da alcuni bubboni comparsi sul suo corpo, evidentemente durante la notte. Sfiorandoli, il dolore che gli era parso limitato al sogno diventa evidente, ed è dilagato ben oltre l’immaginazione. Sta morendo, non tanto per il dolore, che, comunque, è evidente, ma perché sa che quelle cose che gli sono cresciute sulla pelle portano alla morte. Lo ha sentito dire, e adesso capisce che quell’entità che ha di fronte lo sta portando via. Per sempre. Non coglie altro, in quel momento, se non il distacco da tutto ciò che lo ha circondato. Non ha più la capacità di capire oltre, ma giunto al termine della sua vita, gli pare di capire, capire tutto e capire che quella signora, lì davanti a lui, esige la sua presenza altrove. Il mattino seguente lo trovano disteso sul suo pagliericcio. Lo scuotono con forza. Sarà ubriaco. Ma poi si rendono conto che no, non lo è: si rendono conto che il suo respiro non lo scuote più. Si rendono conto, nel dolore che si fa man mano avanti nei loro cuori e nelle loro voci, che lui non c’è più: le sue membra, tutto il suo corpo portano i segni di una lotta che si è svolta nel silenzio della notte. Nulla attorno ne porta altrettanti segni, come se egli si fosse estraniato da tutto e tutti per cercare la morte in una battaglia solitaria. Forse un segno, sì, è rimasto: cenere, come se qualcuno avesse camminato calpestando i resti di un focolare appena spento o in via di estinzione. Nel freddo della notte. Sono silenziosa, dove voglio, ma dove mi manifesto porto con me dolore, disperazione; quando strappo la vita, che tu sia cosciente o no, mi vedi, mi temi, ti rendi conto che sono lì per te; ma ti rendi anche conto che, a quel punto, non puoi fare più nulla: nemmeno pregare il tuo dio, o il tuo demone. Nulla in cui ha creduto ti appartiene più: appartieni a me. Hai visto il mio volto segreto. Non puoi più tornare indietro. 2 - Continua

martedì 2 gennaio 2018

l'entità

È martedì sera, vuol dire che le luci, quando tutti se ne saranno andati, saranno spente fino a giovedì mattina; anche quella maledetta luce della Leffe, che rompe l’incantesimo del buio che io amo. Devono ancora uscire i due soliti del credenza, quelli che arrivano solo il martedì: lei beve la Coca zero e lui una Vienna media. Anche se, qualche volta, eccoli che ordinano una pizza o una focaccia. E allora, prima che se ne vadano, ce ne vuole. Ed io sono costretta a restare qui dentro più a lungo, prigioniera. Ma, ecco, si stanno alzando. Lui è carino. Anche lei. Ma io sono ancora all’antica: una serata con lui la passerei volentieri, se riuscissi a dimostrargli il mio interesse, almeno per un momento. Devo pensare a come fare per catturare la sua attenzione, una di queste sera. Adesso speriamo che facciano in fretta a chiudere, e che il gestore non incominci con le solite chiacchiere, perché non ne posso più di starmene qui rintanata. Da una settimana. C’è ancora la luce sulla scala: per forza, se no, quando escono dal retro qualcuno inciampa. Mi piacerebbe proprio vedere uno di loro che finisce lungo e disteso. Almeno mi divertirei. La chiave gira nella serratura. Finalmente. Chissà se dall’esterno possono vedere le fiamme che si alzano dal camino. Penserebbero che sta andando tutto a fuoco e ritornerebbero tutti di corsa. No, no, meglio essere prudenti. L’auto se ne sta andando. Anche dalle tapparelle della casa di fronte non esce più alcun segno di vita. Sono libera.

È un suono dolce e, allo stesso tempo, terribile quello che annuncia la mia presenza, ma non posso farci nulla. Così è scritto e così è stato e dovrà essere per sempre. È un’assicurazione contro gli impiccioni, che, si solito, sono anche paurosi e tremano per ogni cader di foglia. Anime nere. Più nere di me. False e meschine. La musica mi sta chiamando. E le fiamme, adesso, guizzano con maggior forza sprigionate dalle braci che resteranno così, senza mutare aspetto. Anche se nessuno, ne sono convinta, si accorgerebbe che sono ancora accese in un giorno di chiusura. La musica mi chiama. E le lingue di fuoco adesso sono calde e accoglienti. Posso finalmente uscire.

Bello avere a disposizione uno spazio così grande: posso muovermi, camminare, se voglio, o volare, anche se devo stare attenta a quelle maledette grate che pendono dal soffitto. Ma perché le hanno messe? Vero che ormai le conosco e le evito. Ma mi danno fastidio. Ecco. Però camminare tra i tavoli mi piace: mi pare di essere una signora che viene accolta ed accompagnata ad un desco, magari un po’ d’angolo, più discreto, dove poter cenare in silenzio, senza disturbare né essere disturbata. Perché a me piace la calma, la serenità. Anche se non pare. E stasera sarò servita con ogni riguardo, perché questo è un momento importante per me. Il perché lo saprete, ma non adesso.

Dove vivo? Ma qui, nei meandri di questa antica casa (c’è chi dice che risalga almeno al 1300, ma io la conosco e ci abito da almeno due secolo prima; per cui, fate i conti). Una casa antica, dunque, che forse nessuno è mai riuscito a conoscere appieno. Perché, credetemi, qui ci sono stanze chiuse e nascoste, passaggi segreti e tranelli che, modestamente, conosco solo io, e che ho scoperto nel corso dei secoli. Ammesso che abbia scoperto tutto in questa antica casa. Ed, a proposito, voglio raccontare alcuni episodi che vi daranno la misura dei passaggi misteriosi che convergono proprio qui, in questa sala, dove ogni giorno, in inverno, viene acceso questo bel camino.

Dovete sapere che in cantina, dove i gestori di questo, come lo chiamano? Pub? Una taverna, insomma, hanno depositato i fusti delle birre (alcune piuttosto buone, in verità…), proprio nella zona in cui sono collocate le botti, c’è un passaggio (non vi dico come aprirlo, per questioni si segretezza, capite…) che conduce sotto la piazza e che si dirama in tre direzioni: la prima, a destra, di dirige verso il palazzo del cardinale; la seconda punta diretta verso la chiesa di Villa; la terza arriva al fiume. Ma il passaggio che arriva alla chiesa di Villa non si ferma lì: prosegue fino alla Scolastica, più su, e poi verso la Collegiata. Ed anche gli altri passaggi non si fermano dove ho detto, ma proseguono e si diramano in diversi luoghi. Ma lo scoprirete, se avrete la pazienza di ascoltarmi e seguirmi. Una città sotto la città, direte. Proprio così. E che va anche oltre. Ma è abbastanza affondata nella terra da non essere stata mai trovata negli scavi che sono stati fatti nei secoli. Questo è un percorso che mi permette di muovermi agevolmente senza mai incontrare nessuno. Almeno, quasi mai. Questo è il teatro degli avvenimenti che si sono svolti negli ultimi, diciamo… otto secoli? Ma, ovviamente, non posso raccontare tutto. Non ci sarebbe il tempo, per voi: mentre per me, invece, il tempo esiste e non esiste: potrei narrare all’infinito e vedervi lasciare il posto ad altri, ai vostri figli, ai nipoti e poi ancora oltre, prima di terminare questa breve, almeno per me, storia che intendo qui riassumere.

Allora seguitemi. Adesso andiamo in cantina e incominciamo questo grandioso viaggio nell’oggi e nel passato. Attenzione agli scalini, non sono tutti regolari, il che, per me è uno spasso, quando vedo qualcuno che scende e, non accorgendosi di questa irregolarità, precipita in fondo alla scala.

Ecco, bravi, attenti. Scendiamo piano. Ecco lo scalino incriminato. Piano… ci siamo. Non mi interessa se scoprirete il meccanismo per aprire il passaggio segreto. Tanto non lo userete mai più. 1 - Continua