domenica 3 marzo 2019

La casa degli specchi

“Questa sta diventando la casa degli specchi”.
Non c’erano dubbi che Maria avesse ragione. Un po’ perché lei ha sempre ragione ed un po’ perché ne stavo appendendo ancora uno in quella domenica di gennaio. Ed allora mi sono fermato prima di prendere il trapano per bucare la parete e mi sono messo a contarli ad alta voce.
“Uno in cucina; anzi, due: visto che sono sovrapposti. in sala altri sette, diconsi sette, collocati tre per parte, sul muro di fianco alla finestra ed uno appoggiato sopra il mobile della sala. Poi andiamo all’ingresso, dove ce ne sono altri… vediamo: due di fronte all’ingresso, uno di fianco (quello che sto appendendo), ed uno sul muro divisorio tra sala ed ingresso, ben 16, piccoli per la verità e messi quattro a quattro, sulle pareti della finestra. E ce ne sono due alti e stretti posti vicino al mobile; ma questi sono lì solo provvisoriamente, perché stiamo cercando una solo collocazione di maggior effetto. Poi il bagno. Volete che non ce ne siano almeno due? Eccoli: quello grande sopra il lavandino e poi uno piccolo e tondo, appeso di fianco.
Tutto qui? Direte. No, figuriamoci.
Saliamo le scale per andare al piano notte. Sulla scala nessuno specchio (ce ne vorrebbe uno, no?) ma appena si entra nella camera eccoli: due di fronte al letto e due di fianco. Pochini.
Ma poi ci sono le due camere del B&B.
Entriamo nella prima e dietro la porta ce n’è uno. Di fianco alla porta del bagno un altro, vicino alla finestra un terzo. Ed eccoci nel bagno degli ospiti, dove troneggia uno specchio: anche qui sopra il lavandino. Passiamo nella seconda camera. Qui ce ne sono pochini: solo due.
Ma, proprio sulla scala che scende dal b&b ecco un altro specchio. Non poteva mancare. Chi esce e non è in ordine ecco che si guarda, rientra in camera e si pettina. Un servizio in più.
Finito l’elenco? Ma come, sono già finiti?
Figuriamoci:
in garage ce ne sono ancora tre in cerca di una parete cui essere appesi. Ed uno piccolo, ma proprio piccolo vicino alle prese della corrente,
Avete fatto i conti? No? Allora li faccio io.
43 specchi tra piccoli, grandi, e frutto di puzzle vari più i tre del garage. 47.
Solo?
Capisco il disdoro e capisco che qualcuno ritenga che Maria abbia ragione: sono troppi. Ma non si dice che rompere uno specchio porti sfortuna? Motivo per cui non ne abbiamo mai buttato uno. Mica che si rompa nel trasporto alla discarica è nel cassone della discarica. Poi la iella chi la caccia via?

Ma forse la ragione non è legata solo alla mia mania di conservazione ed al timore della iella. Secondo me, gli specchi servono. A noi, certo, mica puoi uscire spettinato. Ma anche ai nostri amici fantasmi. Perché anche loro, quelli che vivono con noi nella nostra casa, devono pur sistemarsi in qualche modo.

“Come mi sta questo abitino, caro?”
“ Sei divina, amore.”
“Ma no, non vedi che mi ingrassa?”
“No, amore, tu sei sempre stata un figurino. Anche negli anni in cui eri viva.”
“Sicuro? Allora posso vestirmi così? Sai, non voglio fare una figuraccia con mia mamma.”
“Con lei non puoi fare una figuraccia; si è sempre vestita in modo demenziale quando era viva; ed anche oggi, scusa amore, non ha perduto questa abitudine.”
“Come ti permetti di criticare mamma?”
“Dicevo per dire…”
“Allora, non dire per dire: sai che lei è molto suscettibile e se si offende…”
“Come vuoi che non la conosca? cinque mesi di fidanzamento, 45 anni di matrimonio (anni bellissimi, amore) e poi, fino ad oggi… Quanti anni sono passati dalla nostra dipartita? Sì, vero, quest’anno sono 498. Amore! Tra due anni faremo una festa incredibile: 500 anni di morte insieme!”
“Dimmi la verità, amore, sono invecchiata? Si vede il segno degli anni?”
“Ma certo che no, amore, come puoi pensare ad una cosa simile.”
“No, mi stai ingannando. Devo essere invecchiata. Sono morta che avevo 85 anni. 85 più 498 fanno 583. 583 anni, amore. Capisci? Ahhh, sono vecchia e sono brutta. Meno male che in questa casa non c’è uno specchio!”

mercoledì 13 febbraio 2019

Rtorno a casa

Questo racconto ha come protagonista un'amica che abita, ancora oggi, a Vedano Olona. Quindi, la sua storia non è tra le vie di Castiglione Olona. Ma l'ho scritta io e mi concedo questo spazio.

C’è sempre qualcuno disposto a giurare che il soprannaturale non esiste.
Pazienza.
A loro, comunque, è dedicata questa storia.



Il treno stava entrando in stazione, ma era in ritardo di alcuni minuti. Per questo, avrebbe dovuto fare la strada da sola. Questo non la preoccupava certamente: le spiaceva di non poter scambiare quattro chiacchiere con Andrea, che arrivava col treno da Varese alla stessa ora in cui lei arrivava da Milano, e che abitava nel suo stesso palazzo.
Scese dalla vettura di coda, dopo aver salutato gli amici con i quali viaggiava ormai da più di un anno. Era iscritta a giurisprudenza, alla Statale, e due giorni alla settimana, per seguire dei corsi di economia politica, era costretta a rientrare piuttosto tardi. Il campanile stava battendo le otto e mezza. Il suono giungeva attutito. La nebbia era particolarmente intensa in quella sera di fine ottobre: il freddo era pungente e l’inverno, ancora di là da venire, si preannunciava rigido.
Mentre si dirigeva verso le barriere, il treno, lentamente usciva dalla stazione: la nebbia, turbinando, rifluiva, risucchiata dal movimento. Passò dalla sala d’attesa: magari Andrea era là ad attenderla.
Invece non c’era anima viva.
Avvolta nel cappotto fino alle orecchie, superò la vetrata del capostazione. Il suono dei tacchi sulle mattonelle rompeva un silenzio irreale. Anche il piazzale della stazione, illuminato da due fari gialli che affogavano nella nebbia, sembrava deserto. Si diresse verso l'estremità opposta della piazza, attraversando la strada davanti alla stazione. Affrettò il passo, un po’ per scaldarsi ma un po' anche perché quell’atmosfera irreale non le andava a genio. Andrea avrebbe potuto anche aspettarla un attimo, pensò. Suo padre era tornato col treno precedente, e adesso si stava rilassando sotto il getto caldo della doccia. Sua madre stava certamente preparando la cena. Era una situazione rituale, che le dava una certa sicurezza, ma che in quel momento le creava un’ansia inspiegabile.

Aveva imboccato via Matteotti.
I portoni dei cortili si aprivano come bocche affamate ed eruttavano nuvole di nebbia; neanche le luci delle finestre sembravano visibili: eppure, era certa, a quell’ora la gente era a tavola, e poiché conosceva molte delle famiglie che abitavano lungo la via, per rilassare un po la tensione che si andava accumulando, provò a cercare di riconoscere le finestre dei conoscenti. Ma era peggio. Sembrava che nessuno, proprio quella sera, avesse avuto intenzione di lasciare un segno della propria presenza, nemmeno con un lume alla finestra, o dimenticato acceso sulle scale.
Altre folate di nebbia si accumulavano lungo la via. Ancora pochi passi e sarebbe giunta sul sagrato della chiesa. Lì, almeno, una luce brillava sempre, davanti al Bar Sport ed al circolo delle Acli.
Ironia della sorte. Era forse saltata la corrente?
Percorsi pochi passi sul sagrato, si fermò quasi cercando le luci del lampione e della vetrina del bar.
Non c erano.
Non potevano essere spente. Vero che nessuno sarebbe uscito con un tempo simile; ma il padrone del bar non poteva aver deciso di andare in ferie all’improvviso: anche se avesse chiuso l’esercizio, se ne sarebbe stato rintanato in cucina, davanti al televisore, fino a tarda sera. Da quando aveva conosciuto Giusto Bulgarini, se lo ricordava accanito tifoso della Juventus, e quella sera la squadra stava giocando gli ottavi di finale della coppa delle coppe. Se lo ricordava anche notevolmente sordo, quindi doveva almeno sentire il volume della televisione.
Ma non era solo quel suono che mancava. Non si sentiva niente altro, all’infuori del rumore dei tacchi delle sue scarpe, che battevano sul selciato. Si rese conto che da quando aveva lasciato la stazione non aveva incrociato nessuno, nè a piedi nè in bicicletta; ma neppure una macchina aveva percorso la via Matteotti. E non aveva visto neanche il capostazione di turno, che, come di prammatica, usciva sulla porta dell’ufficio al passaggio di ogni treno.
Incominciò ad avere paura. Inconsciamente, aveva affrettato il passo; aveva superato la chiesa e si era infilata in via Verdi. Fatti pochi passi, si arrestò di botto. La nebbia sembrava essersi diradata, ed era apparso all’improvviso. In mezzo alla strada, in modo da ostruire gran parte del passaggio, era fermo un carro. Se non si fosse arrestata, avrebbe battuto la testa sul pianale.
Il silenzio, come la nebbia, avvolgeva ogni cosa. Restò immobile. L’eco del ticchettio delle sue scarpe si era smorzato: inghiottito dalla nebbia. Adesso il silenzio era assoluto. La via era stretta, e il carro era accostato alla parte destra, per cui girò sulla sinistra, lentamente, per superarlo. Meno male che non c’erano automobili in giro: se solo una fosse entrata in via Verdi avrebbe urtato violentemente quell’attrezzo disintegrandolo, tanto sembrava fragile.
Chi poteva aver avuto quell’idea così brillante di piazzarlo proprio in mezzo alla strada e subito dopo la curva? E di chi era quel carro? Non ricordava di averne più visti in giro da almeno una decina di anni. Almeno non in paese. E quella zona la conosceva bene. A pochi passi, abitava la nonna, nella cui casa, si può dire, era vissuta da quando era nata. Solo da due anni avevano acquistato una casa che si affacciava sul parco Carlo Cattaneo, a poche centinaia di metri da li.
Non ricordava nessuno che avesse un carro. Se non nei racconti della nonna.
Mentre i pensieri frullavano nella sua mente, cercava di superare l’ostacolo, sfiorando con la spalla il muro alla sua sinistra.
Il suono delle voci le giunse all’orecchio improvvisamente. Qualcuno, in lontananza, stata parlando. Si fermò, volgendosi alla sua sinistra, dove si apriva il cortile dei Larghi. Il suono era ora più distinto, ma non per questo ne trasse motivo di sollievo. A quanto sapeva, la casa che aveva ospitato la famiglia Larghi, almeno in quel periodo dell’anno, era completamente deserta. I due figli del Luigi abitavano altrove: uno a Torino, dove lavorava per la Fiat auto; l’altro addirittura in Germania: era un ingegnere nucleare, e si era allontanato dall’Italia dopo il referendum contro l’uso dell’energia atomica. Nessuno dei due era tornato nella casa dei genitori, almeno negli ultimi tre anni, da dopo che la Mariuccia, la madre, era morta.
Col tempo, i ragazzini avevano incominciato a raccontare cose strane su quel cortile. Ma, si sa, la loro fantasia era molto fervida, e vedevano troppi film. Anche altra gente diceva che succedevano cose strane nel cortile e nella casa dei Larghi. Se n’era interessato anche il sindaco Bortolotti, e don Piero, ma solo per vedere di far cessare quelle voci che erano prive di fondamento.
Adesso però, mentre stava superando il portone del cortile, aveva udito chiaramente delle voci, O forse era la paura che si era impossessata definitivamente di lei. Si affrettò a superare quella bocca enorme e maleaugurante. Le gambe sembravano pesanti e faceva fatica a tirarsele dietro. Le orecchie tese all’ascolto del minimo rumore. Riuscì a staccarsi dal muro; si riportò verso il centro della via e riprese a camminare di buona lena. Sembrava che il terreno si fosse fatto più lento sotto le suole, e faticasse a sollevare i piedi.
Il suono dei tacchi era scomparso. Rallentando quasi incoscientemente, si trovò ferma, in mezzo alla strada. Il buio la circondava da ogni parte. Non una luce, non un suono, adesso: solo nebbia, che turbinava intorno. Si mosse lentamente verso sinistra, dove c’era il muro della casa della nonna. Incespicava, come se il terreno fosse diventato terra battuta. Allungò un braccio, quasi a voler anticipare il contatto col muro della casa che l’aveva vista nascere. Un passo, due, tre, sempre più incerti:
le mani tese, la fronte madida di sudore nonostante quella sera gelida.
Ma non trovò nessun muro a sostenerla. Sembrava svanito nel nulla. Non c’era più. In un momento di estrema lucidità, si volse a destra, per verificare se il carro che aveva superato da pochi istanti fosse ancora al suo posto, ammesso che lì fosse il suo posto.
C’era ancora.
Si volse indietro, e, tra le folate di nebbia, vide il muro del cortile dei Larghi. Ma davanti a sè il muro di casa sua era svanito. Tentò di avanzare ancora. Le scarpe incespicarono in un sasso piuttosto grosso, che le fece quasi perdere l’equilibrio. Riuscì a reggersi in piedi; andò ancora avanti, sempre protesa per toccare il muro della casa. Si accorse che il terreno diventava cedevole. Cadde il quello che poteva essere un fosso. O un burrone.

Il tempo aveva assunto una dimensione particolare. Forse era svenuta, o aveva dormito. Percepì ancora il suono di voci ignote. E quello che senti e che vide non la fece stare meglio.
In lontananza, sentiva, filtrati attraverso la nebbia, dei passi che si stavano avvicinando. Il ritmo era cadenzato, come se si trattasse di un drappello di soldati in marcia. Una voce secca impartiva ordini in una lingua che non conosceva. Impaurita, cercò di nascondersi tra i cespugli che costeggiavano la strada: le ortiche si erano attaccate al cappotto e la attanagliavano, ma riuscì a divincolarsi e a distendersi lungo il fossato. La terra era dura e ghiacciata e le graffiò le palme delle mani. Accostò anche la faccia a terra, cercando di scomparire il più possibile: ma, anche ammesso che qualcuno avesse guardato dalla sua parte, difficilmente avrebbe intravisto qualcosa. Ringraziò la sua abitudine di evitare categoricamente colori sgargianti. Il freddo le penetrava nelle ossa.
Il gruppo di persone si avvicinava: il terreno sembrava quasi tremare al ritmo dei passi. Quando non furono a più di cinquanta metri, in uno squarcio che si era aperto nella nebbia ebbe la visione nitida di coloro che si stavano avvicinando. Indossavano delle divise bianche. Alla vita un cinturone che risaliva incrociato sul petto. In spalla un moschetto con la baionetta innestata. Sulla testa un kepì.
L’attenzione per quanto stava vedendo era così forte che non si rendeva conto nemmeno del fatto di essersi alzata a sedere sul ciglio del fosso. Risalì velocemente ai suoi pochissimi ricordi di scuola: figure simili le aveva incontrate nelle raffigurazioni dei libri di storia. Si trattava di soldati dell’impero austro-ungarico.
Restò sconcertata, immobile: le braccia rannicchiate attorno al corpo e le mani che premevano sulla bocca, per evitare il grido che le nasceva dentro. Il drappello avanzava sempre di più, e, ormai, anche nella nebbia fitta sarebbero stati visibili, come lei lo era certamente per loro: ma non riusciva a muoversi: i muscoli del suo corpo non volevano ubbidirle: anche se avesse loro ordinato di muoversi, sarebbe rimasta ferma, in balia della sorte che incombeva su di lei.
Ancora più sconcertata, si accorse, però, che quei soldati non solo non stavano guardando nella sua direzione ma sembravano ignorarne anche la presenza: il capo drappello, ritto, impettito, con la mazza in mano (è la mazza di nocciolo della poesia del Giusti, pensò tra sè quasi allucinata dalla visione: si tratta di un caporale) proseguiva imperterrito lungo la via, urlando ordini in tedesco. I soldati, con lo sguardo fisso in un punto imprecisato davanti a loro, battevano il passo. Ma mentre lei, col suo respiro affannoso, emetteva una quantità enorme di vapore dalla bocca aperta in un grido non emesso, tutta quella gente che le stava sfilando davanti sembrava non respirare: e nemmeno il caporale, che continuava ad urlare i suoi ordini, emetteva un filo di vapore. E questo non servì certamente a tranquillizzarla, ammesso che qualcosa avesse potuto ottenere questo risultato. Il ritmo dei passi era ossessionante: l’unica cosa viva di un drappello di soldati usciti da chissà dove. Erano lì che pestavano il terreno, il loro capo urlava come un forsennato: il suono metallico di quella voce le rombava nelle orecchie; ma erano morti. Non respiravano.
Una sensazione di gelo la prese in tutto il corpo; senti i capelli sulla nuca che le si rizzavano; con uno sforzo che la stava spossando riuscì a gridare. Ma la sua voce sembrò volare nella nebbia senza sfiorare quelle cose che le stavano passando davanti.
Si era alzata in piedi, come un automa, stregata da quella visione allucinante che le scorreva davanti come un film. E, come la scena sgradevole di un film, dopo un tempo che le parve immenso, quelle cose svanirono nella nebbia: restò solamente il suono dei passi che battevano il terreno, ma anche questo, piano piano svanì nella nebbia.

Non era svenuta, perchè quando ricominciò a comprendere ciò che le accadeva intorno era ancora in piedi. Stava tremando per il freddo che le era penetrato nelle ossa, e per il terrore che si era impossessato di lei. Lo sguardo cercò ancora quelle presenze impossibili, che le erano sfilate davanti: ma adesso era sola nella nebbia. Il silenzio era tornato sovrano a distendersi intorno a lei.
Riprendendo lentamente la padronanza del suo corpo, azzardò qualche movimento delle braccia e delle gambe. Sentiva freddo, anche se il cappotto la copriva quasi completamente, ed il collo di pelliccia era rialzato fino alle orecchie. Cercò di muovere alcuni passi risalendo verso la strada. Si muoveva a fatica, incespicava, ma, aiutandosi con le mani, riuscì a raggiungere il ciglio della strada. Riprese a camminare prendendo la direzione per casa sua, dubitando fortemente, dentro di sè, di poterla trovare.
Adesso la strada era deserta. Il silenzio era quasi palpabile. Sotto i piedi sentiva ancora il terriccio della strada: qualche arbusto, sul ciglio della strada, le percuoteva le caviglie. Non serviva chinarsi per sentire il terriccio sulla strada, che una volta era asfaltata. Sarebbe servito solamente a confermare una situazione che era evidente negli squarci della nebbia: stava camminando in aperta campagna in un posto che una volta era il centro del paese. Era caduta lungo un fossato che una volta era il portone della casa di sua nonna. Tutte queste cose di una volta erano misteriosamente scomparse.
No: tutto era misteriosamente tornato indietro nel tempo: non di molto, certo, di circa centocinquant’anni, ma era normale, anche se lei cercava di chiedersi cosa ci facesse lì, tra quei viottoli, tra quelle campagne. Ormai, camminava priva di una meta: d’altra parte, dove poteva andare se tutto intorno era scomparso? Se il paese dove aveva trascorso i suoi anni doveva ancora nascere e crescere per arrivare al ventesimo secolo?
No, nascere no. Il paese c’era: almeno fino ad un certo punto c’era stato. Era arrivata con il treno, aveva percorso alcune strade ed aveva visto alcune case: buie, è vero, disabitate, forse, ma pur sempre presenti. Solo dopo aver svoltato in via Verdi... via Verdi: probabilmente Giuseppe Verdi era ancora vivo mentre lei si stava crogiolando con quei pensieri folli; probabilmente era seduto al pianoforte a comporre una romanza per un suo nuovo melodramma. Se ben ricordava, l’unica incursione di soldati austriaci che era avvenuta nel suo paese era del 1849. Così almeno riportava un volume sulla storia di Vedano Olona a cui lei stessa aveva contribuito, per incarico del comune, nel 1993.
Questo pensiero, che le era affiorato alla mente, le dava un po’ di tranquillità: adesso, almeno, sapeva che, misteriosamente, si era ritrovata nel 1849. Non che questo la tranquillizzasse molto, invero; ma, almeno, sapeva dov’era capitata: meglio: quando era capitata. Si sedette sul ciglio della strada, con le gambe nel fossato. Il silenzio intorno era ossessionante. Cercò, nei limiti del possibile, di fare il punto della situazione: di ricostruire i suoi passi per cercare di capire esattamente da quando era passata in un’altra età. Ma era difficile riuscire a ricordare qualche cosa.
Pensò ad Andrea, che non l’aveva aspettata alla stazione; a suo padre sotto la doccia; a sua madre che si affrettava a preparare la cena. Si rese conto, soprattutto, che adesso tutte queste persone non potevano aiutarla: era sola in un paese che non esisteva, o che era tornato indietro nel tempo, come nei peggiori, o migliori libri dell’orrore, di cui era un appassionata lettrice. Decise che doveva fare qualche cosa per non impazzire, ammesso che non lo fosse già.
La tensione era stata così forte che si era ritrovata con le braccia attanagliate alle gambe. La testa le era diventata pesante e inconsciamente l’aveva appoggiata alle ginocchia. Passò dalla veglia al sonno senza accorgersi.

Sua madre aveva già versato la minestra: suo padre era uscito dalla doccia:
mancava solo lei. Aveva certamente preso il freno delle sette e quaranta da Milano, altrimenti, com’era sua abitudine, avrebbe telefonato annunciando il ritardo. Conosceva troppo bene sua madre, per non avvertirla. Suo padre, infine, avrebbe fatto un salto con la macchina in stazione a prenderla, per evitarle un tratto di strada poco frequentato ad un’ora ormai notturna. Oppure avrebbero avvertito Andrea, che non avrebbe esitato ad uscire per andarle incontro.
Ma aveva preso il freno giusto, aveva incontrato i soliti amici, aveva percorso le solite strade... fino a quando quel carro, all’imbocco di via Verdi, non le aveva ostruito la strada. Da quel momento, adesso incominciava a rendersene conto, tutto era cambiato, a cominciare dal terreno, che, sotto le sue scarpe, era diventato morbido e friabile, si era trasformato da cemento in terriccio, e l’aveva ingurgitata nel tunnel del passato.
Doveva tornare all’inizio di via Verdi e cercare di uscire da quel tunnel in cui si era infilata accidentalmente. Non era sicura che tutto sarebbe ritornato come prima: non poteva tornare come prima, in ogni caso, ma doveva provare.

Lentamente, ma con determinazione, si era svegliata dal torpore che l’aveva presa. Si era alzata ed aveva iniziato a percorrere a ritroso la strada. Adesso, sulla sinistra, aveva la voragine della casa della nonna: nella nebbia che si stava diradando poteva scorgere alcuni alberi che sorgevano a poche decine di metri, e che calcolò di dovessero trovare nella zona in cui più di un secolo dopo sarebbe sorto il muro di confine con i Cattaneo. Come risucchiata dalla propria volontà di ritornare nella sua dimensione temporale, stava percorrendo il sentiero verso la casa dei Larghi, pronta a sfidare le voci che l’avevano terrorizzata pochi momenti prima. E si trovò a guardare nelle fauci del portone disabitato ma non sentiva più alcuna voce. Procedeva lentamente, adesso, per evitare quel carro misterioso che le si era parato davanti all’improvviso. Ma non vide nulla di anormale all’angolo con la piazza della chiesa. Se non le luci del Bar Sport e, vicino, quelle del circolo delle Acli..
Anche la nebbia sembrava essersi alzata, e permetteva alla luce dei lampioni di distendersi lungo la via Matteotti in un cordone che le permetteva di sfiorare con lo sguardo anche le finestre dei piano più bassi.
Si volse allora con terrore verso la via Verdi, temendo di essere di nuovo rapita dal tunnel di follia che l’aveva presa poco prima. Si sentivano delle voci, che sembravano provenire dal portone dei Larghi. Ma, un attimo prima di urlare tutto il suo terrore, riconobbe le voci pacate di Andrea e di suo padre, che, come sempre, le erano venuti incontro. Corse loro incontro con la faccia terrea e lo sguardo spiritato. Rideva e piangeva insieme.

Andrea l’abbracciò e la baciò: staccandosi da lei le tolse un filo di erba ghiacciata che le si era infilato tra i capelli.

La signora Castoldi - la prima indagine del maresciallo Bulgari

IL maresciallo Burgari è una mia invenzione. Forse non del tutto originale, poichè mi è stata ispirata dai racconti di Mario Soldati I racconti del maresciallo. che forse qualcuno, con qualche anno in più sulle spalle, ricorda. E ricorda anche che ad interpretarlo in televisione fu un attore tra i migliori del tempo, Tuli Ferro.
Un giorno, diversi anni fa, visto che il racconto è datato 1998, mi è venuto in mente di creare un personaggio che potesse indagare qui, a Castiglione Olona; ed ho ambientato un racconto giallo nel Centro storico.

Ecco quello che ne è uscito

Di chi era il corpo che il dottor *** aveva trovato disteso sul pianerottolo di fronte all'ingresso del suo appartamento? Com'era finito lì? Perchè giaceva come se fosse privo di vita?
Erano domande a cui egli aveva tentato di rispondere non appena si era trovato quel problema da risolvere, alle ore 2 e 40 precise del mattino di giovedi 19 marzo 1998. La risposta alla terza domanda era facile: il corpo in questione giaceva lì come privo di vita perchè era privo di vita: non serviva aver studiato fino a trent'anni medicina per capirlo. Aveva trovato una risposta anche ad una parte della prima domanda: si trattava, evidentemente, del corpo di una donna: indossava una gonna ed una camicetta ed aveva indossato anche un paio di scarpe col tacco alto, che ora giacevano poco discosto: una su un gradino della scala, l'altra vicino al ginocchio destro del cadavere. Posizione strana, giudicò a colpo d'occhio, ma tant'è. Tuttavia, non sapeva chi fosse, e non aveva intenzione di spostare il cadavere per scoprirlo, visto che la borsetta era posizionata sotto il corpo della malcapitata. Non toccava a lui intervenire in questa direzione. Il fatto di non aver trovato una risposta alla seconda domanda, com'era finita lì quella donna, lo infastidiva parecchio: non gli piaceva avere parcheggiata di fronte alla propria abitazione gente che non conosceva. Men che meno morta.
Dopo queste brevi considerazioni, che non avevano occupato più di un minuto, il dottore era entrato in casa ed aveva chiamato i carabinieri ed un'ambulanza. Non che quest'ultima servisse più di tanto, ma gli sembrava giusto fare così. In seguito, si era diretto verso il salotto, si era seduto sulla poltrona vicino alla finestra ed aveva atteso che giungessero i convocati. Temeva che non avrebbero avuto la benchè minima discrezione, e questo lo imbarazzava parecchio. Nell'attesa, scelse un brandy dalla sua fornitissima riserva e lo centellinò assieme agli ultimi minuti di tranquillità che gli sarebbero restati per quella notte.
Fu quasi subito distratto dalle sirene che scuotevano le tenebre.
Si alzò subito e si diresse verso la porta; scese le scale che conducevano al pianterreno, facendo attenzione e non alterare minimamente la scena che si trovava davanti alla porta di casa sua ed attese che giungessero le forze dell'ordine, e, con esse, il caos.
Mentre le sirene stavano già buttando giù dal letto quanta più gente possibile, dal portone aperto a metà il dottore vide, con piacere, che dall'auto dei carabinieri stava scendendo il comandante della caserma, il maresciallo Bulgari, suo amico, che subito si diresse verso di lui. Aprì la porta e scorse subito nel chiarore della luce notturna, il volto del dottore con i segni evidenti della noia. Senza una parola, questi condusse il maresciallo su per le scale fermandosi a pochi metri dal corpo dell'intrusa. Subito dietro di loro, erano entrati l'appuntato Bascialla ed il medico dell'ambulanza, che era giunta qualche secondo dopo l'auto dei carabinieri, e la cui sirena si era, per fortuna, confusa, nella notte, con quella dell'auto dell'arma.
Il rumore e la confusione prodotti da tutto questo trambusto aveva coperto il brusio di quanti, allertati, si erano già alzati e si affacciavano alle finestre della via che dava sul palazzo dei conti Castiglioni. La piazzetta era illuminata dalle luci blu delle auto di servizio.
- È una cosa davvero sconveniente - disse il dottore al maresciallo.
- Hai riconosciuto il corpo della donna?
- Non l'ho neanche guardata: mi è bastato un colpo d'occhio per capire che era morta: l'ho lasciata ed ho subito telefonato.
- Bene. Saliamo.
La donna era sempre lì, come in attesa.
- Non hai toccato niente, vero?
- No.
- Appuntato Bascialla, mettete qualcuno sulla porta: che nessuno entri, per il momento. Mandate via anche l'ambulanza. Non serve.
L'appuntato, portando la mano alla visiera, scese immediatamente le scale per eseguire gli ordini del suo superiore. Fermò gli infermieri che stavano portando una barella evidentemente inutile; scambiò qualche parola con loro e subito questi si allontanarono. Una piccola folla si era intanto radunata di fronte al palazzo, in piazza Garibaldi. Gli sbadigli superavano il brusio, ma nessuno dei presenti intendeva lasciare il suo posto di osservazione privilegiato. E già assaporava le chiacchiere che si sarebbero scambiate la mattina seguente al bar, dal salumiere, in edicola; ed i commenti sulla notizia riportata dai giornali. "Io ero là e non è vero quello che dicono questi qui". "C'erano sette macchine della polizia". "C'era sangue anche sulla strada". In questi casi, ognuno tirava ad esagerare, per darsi importanza.
Le domande poste ai barellieri, per svelare l'arcano e per far partire la sequela di chiacchiere, avevano lasciato le orecchie dei presenti asciutte. Bisognava inventare tutto. Facile.
All'interno del palazzo, intanto, il maresciallo Bulgari stava facendo i primi sopralluoghi.
Era un uomo sulla quarantina, piccolo di statura, con una corporatura snella e nervosa. Quando sorrideva, cosa che face spesso, mostrava una canino che sporgeva da una dentatura per il resto perfetta. Controllava la sua leggera miopia con un paio di occhiali dalla montatura di metallo. Ma la sua parte migliore era il cervello: aveva risolto numerosissimi casi nella sua carriera, e praticamente tutti quelli con cui aveva avuto a che fare da quando era stato assegnato alla caserma di Castiglione Olona: una caserma che aveva inventato lui, si può dire, poichè ne era il comandante da quando era diventata operativa.
Era giunto all'antico borgo con la famiglia una sera di gennaio, quando l'attività del nuovo insediamento dei carabinieri stava per avviarsi. Era stato di stanza a Saronno, dove era vicecomandante, e dove la fama lo aveva sommerso grazie alle sue numerose abilità: capace nella direzione dei casi intricati, in cui si richiedeva il fiuto del detective; abile anche quando si richiedeva che il maresciallo lasciasse il posto all'uomo, all'amico, al confidente. La leggenda che lo precedeva diceva che la moglie l'aveva conosciuta proprio durante un'indagine. Ma le chiacchiere sono facili a nascere e poi non le guida più nessuno. Di certo, la signora Bruna era una giovane tranquilla, schiva, gentilissima con tutti, che aveva trovato subito spazio in numerose attività sociali del borgo entrandovi con i dovuti modi e facendosi voler bene da subito. Anche il marito era ben visto da tutti, indipendentemente dal lavoro. Ogni mattina accompagnava il figlio a scuola, a volte in divisa, a volte in borghese: si fermava attendendo che la porta della scuola venisse aperta e scambiava quattro chiacchiere con gi altri papà. Lo stesso avveniva all'ora in cui i bambini uscivano: si fermava abitualmente con un gruppetto di genitori: ascoltava, parlava con tono molto educato, pacato. Era riflessivo, dotato dello spirito che caratterizza le persone intelligenti. Qualche volta coglieva tra una parola non detta o un'altra sussurrata qualche notizia che si voleva far giungere all'arma. E agiva, con la dovuta discrezione, cogliendo sempre nel segno. Era temuto, per questo, da quanti avevano qualche cosa da nascondere alla giustizia. Ma era certamente rispettato.
Si era avvicinato al cadavere ed aveva constatato, con mano sicura, che la donna non poteva essere morta da molto tempo. Avrebbe comunque atteso il responso del medico legale per averne la certezza: ma pensava che non fosse morta da più di due ore al massimo. Il suo sguardo penetrante, dietro l'aria sorniona, aveva già colto alcuni particolari che gli sembravano fuori posto. Tuttavia, non aveva detto nulla. Nè aveva posto domande al suo amico, che se ne stava in silenzio accanto a lui, con l'aria quasi annoiata.
- Hai telefonato subito, appena trovato il cadavere?
- Praticamente sì. Il tempo di raggiungere il telefono.
- La domanda è d'obbligo: dove hai passato la serata?
- Ero a casa di Gianni, Gianni Alberti. Lo conosci. Puoi controllare se vuoi. Abbiamo fatto due partite a scacchi; poi abbiamo chiacchierato un po'. Sono rientrato alle 2 e 40. Ho trovato il cadavere sulla soglia ed ho telefonato subito a voi ed all'ambulanza.
- Ma sapevi che la donna era morta.
- Sì, certo.
- Allora sapervi anche che l'ambulanza non serviva.
Il dottore sembrava perplesso.
- Non ci ho pensato.
- va bene. Adesso vai in casa ed aspettami. Fra qualche minuto, arriverà tutta la compagnia per i rilevamenti. Verrò io da te.
Il dottore si diresse verso la porta d'entrata. Stava per afferrare la maniglia, quando Bulgari lo precedette e l'aprì al suo posto: nella mano aveva un fazzoletto.
- Troverete solo le mie impronte.
- Non si sa mai.
Non appena il dottore varcò la soglia, Bulgari si chinò vicino al cadavere. Anche se la luce non era perfetta, aveva notato che la donna amava indossare gonne particolarmente corte: ma poteva permetterselo, dato che aveva delle gambe davvero notevoli. Tuttavia, quella gonna gli sembrava un po' troppo corta. Perchè?
Avrebbe avuto modo di scoprirlo presto.
Fu distratto dai suoi pensieri dai passi che provenivano dalla scala. Se non avesse avuto il sangue freddo che lo caratterizzava, si sarebbe anche spaventato. Sulla rampa, dietro di lui, verso il secondo piano, era comparsa un'ombra silenziosa: l'aveva colta solo dallo spostamento d'aria e dal respiro un po' affannoso.
Si era girato. Proprio di fronte a lui c'era un signore: nella penombra non riusciva a distinguere bene il viso. Dal fatto che non lo aveva sentito scendere le scale dedusse che doveva indossare delle pantofole; e così era, infatti. Se Bulgari era piccolo, l'altro doveva esserlo ancora di più, poichè, anche sul gradino superiore gli occhi dei due erano alla stessa altezza. Proveniva dal piano superiore: probabilmente da dove abitava.
- Cos'è successo? Cos'è tutto questo rumore?
- Come può vedere, rispose Bulgari recuperando il sangue freddo e portando istintivamente la mano alla visiera, c'è un cadavere sul pianerottolo della scala.
- Mio Dio!
- Lei è il signor...
- Bellini, Francesco Bellini.
- Sono il maresciallo Bulgari.
- Sa chi è... stava chiedendo Bulgari indicando col pollice il cadavere disteso alle sue spalle.
- No... Non so, non la conosco.
La risposta parve al maresciallo un po' troppo affrettata.
- La guardi.
Il maresciallo si era spostato, permettendo al Bellini di dare un'occhiata al cadavere della donna. L'uomo si era chinato verso di lei.
- No, non la conosco. Ripetè.
- Le dispiace rientrare in casa? poi verrò su da lei per qualche domanda.
- Va bene.
Mentre Bellini ritornava in casa sua, le scale risuonarono dei passi dell'appuntato Bascialla, che saliva ad annunciare l'arrivo della squadra speciale.
- Falli entrare, disse Bulgari. Tu, intanto, torna giù e vedi di mandare via un po' di gente. Se riesci.
Dette queste parole, si diresse verso la porta di casa del dottore.

Il rapporto della scientifica era piuttosto breve. La signora Paola Castoldi, di anni 43, nubile e residente a Castelseprio, in via ***, era morta a causa di un colpo che aveva ricevuto nella zona dell'arcata sopracciliare destra, poco sopra l'occhio, La ferita era di forma quadrata, ampia circa quattro centimetri. Bulgari aveva notato che lo spigolo del corrimano, all'altezza dei pianerottoli , aveva una forma simile. La signora poteva essere inciampata mentre percorreva le scale ed essere caduta accidentalmente sulla ringhiera ferendosi mortalmente. Sullo spigolo, a conferma di questa tesi, erano stati rinvenuti frammenti di tessuto epiteliale e di capelli della donna. La morte era sopraggiunta quasi immediatamente. L'autopsia aveva confermato l'ora, le 2 e 30: l'ora segnata sull'orologio della vittima, che si era rotto quando la donna era caduta. Sembrava che tutto facesse rientrare la vicenda nel novero della disgrazia. Quello che, però, il maresciallo Bulgari non capiva era il motivo per cui il corpo era stato leggermente trascinato verso la scala: lo si capiva chiaramente dal fatto che alcuni segni inequivocabili erano stati rilevati dalla scientifica. Inoltre, il maresciallo non capiva perchè una scarpa della donna, la sinistra, si trovasse di fianco al ginocchio destro, mentre l'altra, la destra, era a pochi centimetri dal piede sinistro. Non capiva, infine, cosa ci facesse, la signora Castoldi, in quella casa ed a quell'ora di notte.
L'auto della vittima, una Fiat Brava targata AC 256 AC, era parcheggiata regolarmente di fronte al palazzo, chiusa. Le chiavi erano nella borsetta della donna.
Uscendo dalla casa del dottore, poco dopo le tre del mattino, il maresciallo aveva notato l'auto, l'unica parcheggiata. Si era avvicinato per ispezionarla. Si era chinato per controllare il bollo e il tagliando dell'assicurazione, posto al centro del cristallo anteriore. Era tutto in ordine. Solo il mattino seguente era emerso il fatto che l'auto era della signora Castoldi.

- Non la conoscevi? Chiese Bulgari al dottore.
- No, mai vista.
- Hai avuto la condotta per un certo periodo a Castelseprio: potrebbe essere stata una tua paziente, magari l'hai dimenticata.
- Non dimentico un volto dopo averlo visto anche una volta sola.
- Sì, questo lo so bene.
- Nella borsetta c'era un foglio di carta con il tuo indirizzo.
- Il mio indirizzo è regolarmente riportato sulla rubrica telefonica, accessibile a tutti.
La risposta del dottore era leggermente sopra le righe.
- Guarda che non ti sto accusando di niente.
- Avete sempre quel tono indagatore voi poliziotti...
- Sono un carabiniere.
- Anche se non sembra.
- Grazie per il complimento.
- D'altra parte, non ero nemmeno a casa quando quella signora è arrivata. A meno che non sia arrivata prima delle nove della sera. Ma quando sono uscito non c'era nessuno disteso sulle scale, nè morto nè vivo.
- E non sai nemmeno come possa essere entrata.
- Lo sai che chiudo regolarmente la porta di casa quando esco...
- Sei un maniaco da questo punto di vista. Lo so.
- ... e il portone, quando sono rientrato, era chiuso.
- Sicuro?
- Potrei non aver notato questo particolare?
- Tu, certo, no.

Così i misteri erano tre, anzi: quattro. Com'era entrata la signora Castoldi in una casa dove non era attesa nè conosciuta? Perchè era andata lì? Perchè a quell'ora?

- Signor Bellini, conosceva la signora Castoldi?
- No. Mai vista nè sentita nominare prima dell'altra sera.
- Non sa come possa essere giunta in una casa dove non conosceva nessuno?
- Non ne ho idea. Io dormivo; quando ho sentito tutto quel trambusto mi sono svegliato. Scendendo le scale ho incontrato lei; poi ho visto il cadavere.
- È stato in casa tutta la sera?
- No, sono uscito subito dopo cena e sono rientrato verso le 23. Mi sono seduto in poltrona, ho acceso il televisore ed ho preso un libro da leggere. Verso l'una sono andato a dormire.
- Legge sempre con la televisione accesa?
- È un po' una compagnia: io vivo solo. Inoltre, ho la capacità di riuscire a leggere ed ascoltare la televisione nello stesso tempo: è una facoltà che ho affinato col tempo.
- Beato lei. Io non riesco a fare più di una cosa alla volta.
- Non voglio dire di essere una persona particolare.
- Non ha notato niente di strano? Sentito qualche rumore?
- Quando la signora è morta stavo dormendo.
- Che libro stava leggendo?
- L'ho finito proprio ieri sera. Si tratta di un vecchio romanzo di Le Carré. Mi appassionano i libri di spionaggio.
- Con chi ha passato la serata?
- Ero solo. Sono andato al cinema.

Caro Bascialla, credo che qualcuno ci stia portando in giro per il naso.
- Cosa intende dire, maresciallo?
- Niente di più di quello che ho detto.
- Mi sembra che la signora Castoldi sia morta accidentalmente. Il medico non ha avuto dubbi. È caduta proprio sullo spigolo del corrimano. Forse i parenti possono intentare una causa perchè quel corrimano è davvero pericoloso.
- Caro Bascialla, credo che qualcuno ci stia portando in giro per il naso.

I misteri erano sempre tre, anzi: quattro. Com'era entrata la signora Castoldi in una casa dove non era attesa nè conosciuta? Perchè era andata lì? Perchè a quell'ora?

Come al solito, il maresciallo Bulgari decise di lasciar sedimentare tutti i fatti nella sua mente. Era solito agire in questo modo: accumulava i particolari, quasi alla rinfusa, come un ruminante che ingurgita tutto. Poi, con calma, faceva riemergere tutto e collocava i pezzi del mosaico al loro giusto posto.
Forse era meglio cercare la spiegazione di altri aspetti che non quadravano. Doveva trovare alcune risposte ad una serie di fatti anomali.

Decise che era venuto il momento di scrivere qualche cosa. La sua memoria era formidabile, ed aveva la capacità di non dimenticare nulla di quanto gli accadeva intorno, quando indagava su qualche avvenimento. Non cercava di capire subito: sapeva che era inutile, quando mancavano dei particolari; o quando c'erano già ma non si collocavano al giusto posto all'interno del mosaico della vita.
Ma questo era il momento di chiarire a sè ed agli altri i particolari di cui era certo.

1) La signora Castoldi era senza scarpe.
2) Le scarpe erano accanto al corpo della vittima, ma dalla parte sbagliata.
3) La gonna, che in un primo momento gli era parsa molto corta, era, in realtà, stata sollevata ben oltre il ginocchio.
4) C'era qualche battuta negli interrogatori che aveva condotto e registrato nella memoria che non quadrava.
5) Dall'autopsia erano emersi altri particolari che non portavano necessariamente all'idea del delitto; ma che non lo escludevano in modo evidente. Anche in quel caso c'era un particolare che aveva accumulato, un particolare enorme, ma che non riusciva ancora a collocare.

A volte dubitava che le barzellette sui carabinieri avessero un fondo di verità.

Stava uscendo dal portone della caserma proprio mentre l'appuntato Bascialla stava rientrando con la gazzella. Si accostò al finestrino per scambiare alcune battute col suo collaboratore. In quel momento, la ventola dell'Alfa, poichè il motore in folle si stava surriscaldando, partì, obbligandoli ad alzare la voce.
Quando il maresciallo salì sulla sua vecchia 127, sapeva che non era stata una disgrazia, e conosceva anche il nome del colpevole.

- Vedi, Bascialla, c'erano troppe cose che mi avevano colpito, non appena ho visto la scena del delitto. Mi turba quasi dirlo, ma ho notato subito che la signora Castoldi aveva delle gambe notevoli, il che faceva presupporre che avesse anche una gonna corta; ma, quando sono andato a controllare dal medico legale, ho notato che la gonna era, sì, corta, ma non così tanto. Quindi, quando l'avevo vista addosso al cadavere era evidentemente rialzata in modo esagerato. E non poteva dipendere dal fatto che la donna, salendo le scale, la tenesse sollevata: cadendo, infatti, l'avrebbe lasciata subito per mettere le mani avanti per evitare di battere la testa, e la gonna sarebbe ricaduta al suo posto.
- Ma poi c'era anche la faccenda delle scarpe. Concediamo pure che per salire... per salire, caro Bascialla, la signora Castoldi si fosse levata le scarpe per non far rumore con i tacchi, e già questo fa pensare che non volesse farsi scoprire, ma perchè, quando cadono, sono al contrario? Inoltre, non so se lo hai notato, ma all'ingresso, tra lo zerbino e le scale, il pavimento era pulito perfettamente, e così le scale; mentre sulle calze della signora Castoldi sono state rilevate delle tracce di terra. Minuscole, ma pur sempre presenti. Forse si era tolta le scarpe ancora in strada? Difficile crederlo. Inoltre non si trattava di terra che si trovava sulla strada. Anzi, come ho riscontrato, si trovava altrove. E l'assassino, poichè di assassinio si tratta, caro Bascialla, non ha notato queste tracce nè ha potuto tentare di camuffarle.
- Inoltre, l'auto della signora, che ho controllato casualmente, alle tre del mattino in cui è stato trovato il cadavere, aveva il motore freddo, quindi era ferma da alcune ore. È un particolare che ho notato ieri, quando sei entrato in caserma e ti sei fermato a chiacchierare con me sul portone. La ventola dell'auto è partita quasi immediatamente, perchè il motore era acceso. Ora, se la signora Castoldi fosse arrivata alle 2 e 20, poco prima di morire, alle tre il motore dell'auto avrebbe dovuto essere ancora caldo: la notte era tiepida e in mezz'ora il motore non raffredda completamente. Invece il motore era freddo. me ne sono accorto perchè, controllando bollo ed assicurazione, ho appoggiato la mano sul cofano e non ho notato alcun calore. Da qui si deduce che la donna non era arrivata da poco.
- Ma, allora, dov'era andata la Castoldi se era arrivata molto tempo prima? Meglio: da chi era andata? Aveva atteso in strada, prima di salire? L'alibi del dottore era di ferro: alle 2 e 15 è uscito dalla casa dei suoi amici ed ha raggiunto la sua abitazione a piedi. Anche di corsa non sarebbe mai arrivato alle 2 e 30, in tempo per ammazzare la signora. E poi, a che scopo? Dalle indagini è emerso che non la conosceva minimamente.
- Restavano ancora due particolari che mi hanno colpito la sera del ritrovamento del cadavere.
- La ferita che aveva ucciso la Castoldi era sopra l'occhio destro; ma se lei stava salendo, avrebbe logicamente battuto l'occipitale sinistro, poichè il corrimano è a sinistra. E anche così non funziona: lo spigolo del corrimano, per chi sale, si trova comunque troppo in alto per costituire un pericolo. Dunque, la donna stava scendendo.
- Infine, ed è un particolare che ho registrato, ma che è restato lì a sedimentare, quando ho interrogato una delle persone che erano presenti nella casa, questa mi ha detto, riporto le sue parole a memoria, "Non la conosco". Ora: come poteva dire "la conosco", se non aveva avuto ancora modo di vedere il cadavere, dato che la vista gli era completamente ostruita?
- Ecco allora, caro Bascialla, come si sono svolti i fatti.
- L'assassino conosce la Castoldi, la invita a casa sua, trascorre la serata con lei; poi, per un motivo che non sappiamo ancora, ma che scopriremo presto, la donna, forse offesa o forse spaventata per la piega che sta prendendo la serata, si ricompone, afferra le scarpe, così come sono, senza badare alla destra o alla sinistra, esce di casa, senza che lei e l'assassino se ne accorgano, si sporca le calze con la terra di un vaso che è posto proprio accanto all'ingresso dell'appartamento dell'omicida e scende le scale. L'assassino sa che nella casa, oltre a loro due con c'è nessuno, la insegue, l'afferra da dietro e la scaglia contro il corrimano. Un solo colpo, all'occipitale destro, e la donna è morta
- Ma bisogna evitare che si scopra cosa facesse nella casa. Allora l'assassino sposta il cadavere e lo gira facendo pensare che la donna stesse salendo. Ma qualcuno sta arrivando. L'assassino non ha tempo di spostare il cadavere, di ricomporre la gonna e di sistemare le scarpe, che, anzi, non tocca per non lasciare impronte. Rientra in casa precipitosamente e cancella tutte le probabili importante che la Castoldi può aver lasciato, lava il bicchiere usato dalla donna e si butta sul letto.
- Quando scenderà, dirà:
- Cos'è successo? Cos'è tutto questo rumore?
- Come può vedere, c'è un cadavere sul pianerottolo della scala.
- Mio Dio!
- Sa chi è?
- No... Non so, non la conosco.

- Ma il particolare che l'ha incastrato è stato un altro. Quando sono salito ad interrogarlo, gli ho chiesto:
- Non ha notato niente di strano? Sentito qualche rumore?
- Quando la signora è morta stavo dormendo.

- In quel momento, però l'ora della morte della Castoldi non la conosceva nessuno. Tranne, ovviamente, l'assassino.
Vedi, caro Bascialla, nel nostro mestiere bisogna stare sempre attenti a tutto. Anche ai minimi particolari.
Dopotutto, caro Bascialla, le barzellette sui carabinieri sono solo barzellette.

Castiglione Olona, maggio 1998.