martedì 2 gennaio 2018

l'entità

È martedì sera, vuol dire che le luci, quando tutti se ne saranno andati, saranno spente fino a giovedì mattina; anche quella maledetta luce della Leffe, che rompe l’incantesimo del buio che io amo. Devono ancora uscire i due soliti del credenza, quelli che arrivano solo il martedì: lei beve la Coca zero e lui una Vienna media. Anche se, qualche volta, eccoli che ordinano una pizza o una focaccia. E allora, prima che se ne vadano, ce ne vuole. Ed io sono costretta a restare qui dentro più a lungo, prigioniera. Ma, ecco, si stanno alzando. Lui è carino. Anche lei. Ma io sono ancora all’antica: una serata con lui la passerei volentieri, se riuscissi a dimostrargli il mio interesse, almeno per un momento. Devo pensare a come fare per catturare la sua attenzione, una di queste sera. Adesso speriamo che facciano in fretta a chiudere, e che il gestore non incominci con le solite chiacchiere, perché non ne posso più di starmene qui rintanata. Da una settimana. C’è ancora la luce sulla scala: per forza, se no, quando escono dal retro qualcuno inciampa. Mi piacerebbe proprio vedere uno di loro che finisce lungo e disteso. Almeno mi divertirei. La chiave gira nella serratura. Finalmente. Chissà se dall’esterno possono vedere le fiamme che si alzano dal camino. Penserebbero che sta andando tutto a fuoco e ritornerebbero tutti di corsa. No, no, meglio essere prudenti. L’auto se ne sta andando. Anche dalle tapparelle della casa di fronte non esce più alcun segno di vita. Sono libera.

È un suono dolce e, allo stesso tempo, terribile quello che annuncia la mia presenza, ma non posso farci nulla. Così è scritto e così è stato e dovrà essere per sempre. È un’assicurazione contro gli impiccioni, che, si solito, sono anche paurosi e tremano per ogni cader di foglia. Anime nere. Più nere di me. False e meschine. La musica mi sta chiamando. E le fiamme, adesso, guizzano con maggior forza sprigionate dalle braci che resteranno così, senza mutare aspetto. Anche se nessuno, ne sono convinta, si accorgerebbe che sono ancora accese in un giorno di chiusura. La musica mi chiama. E le lingue di fuoco adesso sono calde e accoglienti. Posso finalmente uscire.

Bello avere a disposizione uno spazio così grande: posso muovermi, camminare, se voglio, o volare, anche se devo stare attenta a quelle maledette grate che pendono dal soffitto. Ma perché le hanno messe? Vero che ormai le conosco e le evito. Ma mi danno fastidio. Ecco. Però camminare tra i tavoli mi piace: mi pare di essere una signora che viene accolta ed accompagnata ad un desco, magari un po’ d’angolo, più discreto, dove poter cenare in silenzio, senza disturbare né essere disturbata. Perché a me piace la calma, la serenità. Anche se non pare. E stasera sarò servita con ogni riguardo, perché questo è un momento importante per me. Il perché lo saprete, ma non adesso.

Dove vivo? Ma qui, nei meandri di questa antica casa (c’è chi dice che risalga almeno al 1300, ma io la conosco e ci abito da almeno due secolo prima; per cui, fate i conti). Una casa antica, dunque, che forse nessuno è mai riuscito a conoscere appieno. Perché, credetemi, qui ci sono stanze chiuse e nascoste, passaggi segreti e tranelli che, modestamente, conosco solo io, e che ho scoperto nel corso dei secoli. Ammesso che abbia scoperto tutto in questa antica casa. Ed, a proposito, voglio raccontare alcuni episodi che vi daranno la misura dei passaggi misteriosi che convergono proprio qui, in questa sala, dove ogni giorno, in inverno, viene acceso questo bel camino.

Dovete sapere che in cantina, dove i gestori di questo, come lo chiamano? Pub? Una taverna, insomma, hanno depositato i fusti delle birre (alcune piuttosto buone, in verità…), proprio nella zona in cui sono collocate le botti, c’è un passaggio (non vi dico come aprirlo, per questioni si segretezza, capite…) che conduce sotto la piazza e che si dirama in tre direzioni: la prima, a destra, di dirige verso il palazzo del cardinale; la seconda punta diretta verso la chiesa di Villa; la terza arriva al fiume. Ma il passaggio che arriva alla chiesa di Villa non si ferma lì: prosegue fino alla Scolastica, più su, e poi verso la Collegiata. Ed anche gli altri passaggi non si fermano dove ho detto, ma proseguono e si diramano in diversi luoghi. Ma lo scoprirete, se avrete la pazienza di ascoltarmi e seguirmi. Una città sotto la città, direte. Proprio così. E che va anche oltre. Ma è abbastanza affondata nella terra da non essere stata mai trovata negli scavi che sono stati fatti nei secoli. Questo è un percorso che mi permette di muovermi agevolmente senza mai incontrare nessuno. Almeno, quasi mai. Questo è il teatro degli avvenimenti che si sono svolti negli ultimi, diciamo… otto secoli? Ma, ovviamente, non posso raccontare tutto. Non ci sarebbe il tempo, per voi: mentre per me, invece, il tempo esiste e non esiste: potrei narrare all’infinito e vedervi lasciare il posto ad altri, ai vostri figli, ai nipoti e poi ancora oltre, prima di terminare questa breve, almeno per me, storia che intendo qui riassumere.

Allora seguitemi. Adesso andiamo in cantina e incominciamo questo grandioso viaggio nell’oggi e nel passato. Attenzione agli scalini, non sono tutti regolari, il che, per me è uno spasso, quando vedo qualcuno che scende e, non accorgendosi di questa irregolarità, precipita in fondo alla scala.

Ecco, bravi, attenti. Scendiamo piano. Ecco lo scalino incriminato. Piano… ci siamo. Non mi interessa se scoprirete il meccanismo per aprire il passaggio segreto. Tanto non lo userete mai più. 1 - Continua