Ogni via è crogiolo di vita; ogni strada contiene una storia; ogni storia percorre una via.
venerdì 16 febbraio 2018
L'entità. Secondo episodio: la corte del Doro. Il popolo.
La chiamano la corte del Doro, per via di un commerciante di verdure che qui lavorava. Siamo attorno alla metà del Novecento. Ma nell’antichità, almeno a cavallo tra il Medioevo e l’età Moderna, era chiamata la corte dei Castiglioni di Monteruzzo. A voi interessa solo questo per definire il luogo; e definirò allo stesso modo, con poche notazioni, i luoghi in cui vi accompagnerò nel corso del mio girovagare. Per il tempo in cui avvengono i fatti… ne parleremo con calma. Ma interessa davvero il tempo? A me, ovviamente, no, ed a voi nemmeno. È così breve il vostro che mi fate compassione. Vi darò qualche indizio… mi piace essere enigmatica. Ma il tempo della narrazione sarà sempre il presente. Perché per me tutto è presente.
L’uomo sta vivendo sogni confusi e traviati dalle troppe tazze di birra che ha ingurgitato ieri sera. I pochi avventori che si sono intrattenuti con lui glielo hanno detto che stava esagerando, ma non li ha ascoltati; e questa sua ultima notte è quasi disperata, come se presagisse il suo destino. La paglia su cui si è coricato lo punge dappertutto, o così lui immagina; ma non è proprio così. Si lamenta nel sonno e disturba tutti coloro che dormono vicino a lui. Si rigira continuamente senza trovare riposo. Forse dorme, o forse è solo una veglia continua e dolorosa. Presaga di ciò che avverrà. Ma non può saperlo, ne sono sicura: è troppo stupido per capire. E poi, solo io conosco il futuro di coloro che incrocio. E la cosa mi piace, mi eccita, mi coinvolge appieno.
I sogni adesso diventano più definiti: l’uomo vede una distesa di campi battuti dal sole, nessun albero e nessun riparo a distanza: sole, luce, un bagliore che lo acceca e lo tramortisce: forse sono le distese che si aprono qui vicino, sulla cresta della collina dietro il castello. Lui sta camminando lentamente, è quasi costretto a proseguire da una forza interiore, e non sa nemmeno dove si sta dirigendo, né perché, né comprende come possa continuare a camminare nonostante la stanchezza che gli pesa sulle spalle, sulle gambe, sul cuore. Prosegue. Forse alla ricerca di un riparo che gli permetta di evitare quel disco che lo sta cuocendo.
Il sonno diventa sempre più pesante. Il caldo penetra dalle finestre alle quali, la sera precedente, nessuno ha posto un riparo. E lui continua a rigirarsi sul pagliericcio che gli penetra nel corpo e lo sta torturando. Nulla più, attorno a lui, ha senso: è confusione totale, arsura, dolore, non solo fisico. Cerca di svegliarsi. Apre gli occhi nel buio della stalla, e vede. Non dovrebbe, perché la luce non è ancora sorta, il sole è il frutto del suo sogno ancora vivo in lui. Come il caldo. Che diventa sempre maggiore e sempre più soffocante. Una presenza si è materializzata davanti a lui: la scorge e subito ne ha paura: ne coglie il disperato senso della fine. La riesce ad intuire perché il sole che lo accecava nel sogno adesso pare uscire da questa entità. Sa che è ancora notte, ma sa, allo stesso modo, che la notte adesso accoglie una luce sterminata, bollente ed, allo stesso tempo, fredda. Qualcosa che conosce, o che ha conosciuto, ma che adesso pare trasformata, diventando qualcosa di terribile. Ma che egli sente sempre di più dentro di lui.
Adesso è in piedi, nudo, di fronte alla sua visione. Cosa sia non si capisce, se uomo, donna o altro. Ma è lì, silenziosa, foriera di male. Lo sente, come sente il dolore che lo circonda. Non solo quello fisico. Che adesso sembra avere origine da alcuni bubboni comparsi sul suo corpo, evidentemente durante la notte. Sfiorandoli, il dolore che gli era parso limitato al sogno diventa evidente, ed è dilagato ben oltre l’immaginazione.
Sta morendo, non tanto per il dolore, che, comunque, è evidente, ma perché sa che quelle cose che gli sono cresciute sulla pelle portano alla morte. Lo ha sentito dire, e adesso capisce che quell’entità che ha di fronte lo sta portando via. Per sempre. Non coglie altro, in quel momento, se non il distacco da tutto ciò che lo ha circondato. Non ha più la capacità di capire oltre, ma giunto al termine della sua vita, gli pare di capire, capire tutto e capire che quella signora, lì davanti a lui, esige la sua presenza altrove.
Il mattino seguente lo trovano disteso sul suo pagliericcio. Lo scuotono con forza. Sarà ubriaco. Ma poi si rendono conto che no, non lo è: si rendono conto che il suo respiro non lo scuote più. Si rendono conto, nel dolore che si fa man mano avanti nei loro cuori e nelle loro voci, che lui non c’è più: le sue membra, tutto il suo corpo portano i segni di una lotta che si è svolta nel silenzio della notte. Nulla attorno ne porta altrettanti segni, come se egli si fosse estraniato da tutto e tutti per cercare la morte in una battaglia solitaria. Forse un segno, sì, è rimasto: cenere, come se qualcuno avesse camminato calpestando i resti di un focolare appena spento o in via di estinzione. Nel freddo della notte.
Sono silenziosa, dove voglio, ma dove mi manifesto porto con me dolore, disperazione; quando strappo la vita, che tu sia cosciente o no, mi vedi, mi temi, ti rendi conto che sono lì per te; ma ti rendi anche conto che, a quel punto, non puoi fare più nulla: nemmeno pregare il tuo dio, o il tuo demone. Nulla in cui ha creduto ti appartiene più: appartieni a me. Hai visto il mio volto segreto. Non puoi più tornare indietro.
2 - Continua
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Mi ricorda la morte di Don Rodrigo, quindi l'entità è la morte?
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