V. F.
C. PETRONIUS
GEMELLUS VIVIR
SIBI ET VIRIAE L. F.
LUCILIAE UXORI
C PETRON. PRIMIGEN.
PATRI
SAMMONIAE C. F.
LUTULLAE MAT.
PETRON MARTIAL
FRATRIS ET SUIS
Questo è il testo di un’epigrafie che oggi è conservata nel cortile del palazzo del cardinal Branda Castiglioni di Castiglione Olona. Forse, se ci fosse un po’ più di amore per questi documenti, si potrebbe portarla almeno all’interno del palazzo, riparandola dalle intemperie, con un gesto di attenzione che non fa per nulla male.
Il testo è reperibile anche sulla monumentale opera di T. Mommsen, C.I.L. (Corpus Iscriptiorum Latinarum) V 5444, che lo lesse personalmente, se dobbiamo credere, e nulla lo impedisce, al testo Castiglione Olona nella storia e nell’arte di Eugenio Cazzani, recentemente rieditato, grazie all’attenzione della famiglia Limido, ma che si rifà al testo originale del 1966 edizioni Mazzucchelli Celluloide.
Torniamo all’epigrafe e vediamo come viene trascritta e tradotta. Poniamo nelle parentesi quadre la trascrizione completa dei termini, che, in un’epigrafe, per motivi di spazio e di costi, erano normalmente abbreviati e, spesso, scritti senza soluzione di continuità tra le parole.
V[IVUS] F[ECIT]
C[AIUS] PETRONIUS
GEMELLUS SEVIS
SIBI ET VIRIAE L[UCII] F[ILIAE]
LUCILIAE UXORI
C[AIO] PETRON[IO] PRIMIGEN[IO]
PATRI
SAMMONIAE C[AII[ F[ILIAE]
LUTULLAE MAT[RI]
PETRON[IO] MARTIAL[I]
FRATRIS ET SUIS
Ecco la traduzione che viene proposta dal Cazzani e su cui concordiamo.
“Ancora vivente, Caio Petronio gemello (del collegio dei) seviri, dedicò [questo cippo] per sé e per la moglie Viria Lucilia, figlia di Lucio, al padre Caio Petronio Primigenio, alla madre Sammonia Lutilla figlia di Caio al fratello Petronio Marziale e ai suoi (altri familiari).”
Chi fossero i seviri (VIVIRI), è presto detto. Si tratta di sacerdoti augustali, un collegio, composto, appunto, da sei persone, che aveva il compito di promuovere il culto in onore degli imperatori defunti ed organizzare degli omaggi nei riguardi di quelli viventi. Gli Augustali compivano riti, indicevano giochi e presiedevano alle cerimonie in onore degli imperatori divinizzati. Nei municipi romani erano sei membri (seviri augustales) che rimanevano in carica un anno. Come, del resto, la maggior parte delle cariche romane.
Torniamo all’epigrafe. Si tratta di un cippo funebre che viene menzionato, per la prima volta, siamo attorno alla metà del Cinquecento, da Bonaventura Castiglioni, che lo rintraccia presso il palazzo di Niccolò Castiglioni, soprannominano il Romano. Da allora non se ne hanno notizie fino a quando non ne parla Diego Sant’Ambrogio, siamo sul finire dell’Ottocento, che lo rintraccia “nel cortile di una casa in contro all’edificio della scuola.” È il cortile di Casa Mazenta, quasi di rimpetto alla scolastica (oggi palazzo comunale).
Visto che vengono nominati i seviri, possiamo datare l’epigrafe nel periodo imperiale. Questo cippo deve aver viaggiato molto, se si crede, come dice il Giovio, che proveniva da Ligornetto e venne portato a Castiglione Olona dopo aver sostato a Castelseprio.
Il cippo è quadrato, sulle due parti a sinistra e a destra dell’iscrizione, sono raffigurate delle viti sui cui pampini sono posati degli uccellini che beccano gli acini d’uva. Il tratto delle lettere, oggi, come dicevamo, poco visibili, ma qualche anno fa ancora ben delineato, fa pensare che il dedicatario, Caio Petronio, dovesse aver curato con molta attenzione questo documento.
Prendiamo in considerazione anche una seconda epigrafe. Si tratta di un piccolo altare. La scritta è la seguente:
I. O. M.
L. VICTULLIENUS
VICTORINUS
VISU MONITUS
trascrizione:
I[OVI] O[PTIMO] M[AXIMO]
L[UCIUS] VICTULLIENUS
VICTORINUS
VISU MONITUS
Traduzione: a Giove Ottimo Massimo, Lucio Vittulieno Vittorino avvertito da una visione (pose).
Sulla parte destra dell’altare era raffigurata un ‘aquila con una penna nel becco. E, dall’altra parte, un’aquila con un serpente.
Mommsen colloca questa epigrafe in C.I.L. V 5597. Bonaventura Castiglioni ne riporta il testo in modo incompleto, tralasciando la prima riga, che Mommsen, invece, recupera da Andrea Alciati, il quale, a cavallo tra il Quattro ed il Cinquecento, raccolse diverse epigrafi poi riprese da Giovanni Gruter e Antonio Ludovico Muratori.
L’ara, portata al Museo Archeologico di Milano, oggi non è più rintracciabile.
Andrea Alciati è piuttosto perplesso nell’analizzare questo reperto. Intanto dubita del nome Victullienus, ma, non avendo a disposizione il testo de visu, non si dilunga su questo aspetto. Sulla simbologia dell’aquila dà una duplice interpretazione, nessuna delle due in chiave positiva. In Omero, Iliade XII, l’indovino Polidamante dice che l’aquila, quando porta una serpe che la ferisce, indica un’impresa iniziata male, per volere divino, che si conclude negativamente. Artemidoro afferma che l’aquila indica la morte di uomini illustri che, trasportati in volo dal rapace, diventano immortali. Ma il serpente è animale che rappresenta le forze oscure della terra e non si accoppia mai all’immagine di Giove, e la penna non è un simbolo chiaro.
Perché Cazzani ricorda questa epigrafe, oltretutto perduta? È importante la prima riga, con la dedica a Giove Ottimo Massimo: il culto alla somma divinità, oltretutto citata nei suoi tria nomina, significa che chi ha dedicato il testo era una persona di alto livello sociale. Che poi sia romano o romanizzato è altro discorso. Ma, certo, non era di rango umile.
Anche per questa epigrafe si sospetta, dice sempre il Sant’Ambrogio, la provenienza da Castelseprio.
Un terzo documento epigrafico
Questo testo è citato da Nicolò Sormani a metà del XVIII° secolo. È una lapide con la scritta seguente:
HERCULI MERCURIO
ET SILVANO
SACRUM ET
DIVO PANTEO EX V[oto]
Qui la traduzione e la traslitterazione sono facili e non le riportiamo.
Secondo Gruter, sarebbe stata trovata nel tempio dedicato a Santo Stefano. Il che darebbe una patina di maggior antichità al castello. I quattro dei, Ercole, Mercurio, Silvano e Panteo, avevano un culto piuttosto importante nella zona. Mercurio era protettore delle acque, quindi dell’Olona, che ci poneva di guardia al castello. Ma anche le altre divinità erano importanti nel territorio insubrico. Se il tutto fosse storicamente vero, dice, infine, Cazzani, ma non ci sono motivi per dubitare, potremmo confermare l’origine, quantomeno imperiale del territorio. Un altro tassello per dimostrare che la città di Castiglione Olona ha origini, quantomeno, tardo romane.
Per la produzione di questo testo ci siamo avvalsi ampiamente del libro di Eugenio Cazzani, d'altra parte citato nel testo, Castiglione Olona nella storia e nell’arte, recentemente rieditato, grazie all'attenzione della famiglia Limido, ma che si rifà al testo originale del 1966 edizioni Mazzucchelli Celluloide.
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