Questo racconto ha come protagonista un'amica che abita, ancora oggi, a Vedano Olona. Quindi, la sua storia non è tra le vie di Castiglione Olona. Ma l'ho scritta io e mi concedo questo spazio.
C’è sempre qualcuno disposto a giurare che il soprannaturale non esiste.
Pazienza.
A loro, comunque, è dedicata questa storia.
Il treno stava entrando in stazione, ma era in ritardo di alcuni minuti. Per questo, avrebbe dovuto fare la strada da sola. Questo non la preoccupava certamente: le spiaceva di non poter scambiare quattro chiacchiere con Andrea, che arrivava col treno da Varese alla stessa ora in cui lei arrivava da Milano, e che abitava nel suo stesso palazzo.
Scese dalla vettura di coda, dopo aver salutato gli amici con i quali viaggiava ormai da più di un anno. Era iscritta a giurisprudenza, alla Statale, e due giorni alla settimana, per seguire dei corsi di economia politica, era costretta a rientrare piuttosto tardi. Il campanile stava battendo le otto e mezza. Il suono giungeva attutito. La nebbia era particolarmente intensa in quella sera di fine ottobre: il freddo era pungente e l’inverno, ancora di là da venire, si preannunciava rigido.
Mentre si dirigeva verso le barriere, il treno, lentamente usciva dalla stazione: la nebbia, turbinando, rifluiva, risucchiata dal movimento. Passò dalla sala d’attesa: magari Andrea era là ad attenderla.
Invece non c’era anima viva.
Avvolta nel cappotto fino alle orecchie, superò la vetrata del capostazione. Il suono dei tacchi sulle mattonelle rompeva un silenzio irreale. Anche il piazzale della stazione, illuminato da due fari gialli che affogavano nella nebbia, sembrava deserto. Si diresse verso l'estremità opposta della piazza, attraversando la strada davanti alla stazione. Affrettò il passo, un po’ per scaldarsi ma un po' anche perché quell’atmosfera irreale non le andava a genio. Andrea avrebbe potuto anche aspettarla un attimo, pensò. Suo padre era tornato col treno precedente, e adesso si stava rilassando sotto il getto caldo della doccia. Sua madre stava certamente preparando la cena. Era una situazione rituale, che le dava una certa sicurezza, ma che in quel momento le creava un’ansia inspiegabile.
Aveva imboccato via Matteotti.
I portoni dei cortili si aprivano come bocche affamate ed eruttavano nuvole di nebbia; neanche le luci delle finestre sembravano visibili: eppure, era certa, a quell’ora la gente era a tavola, e poiché conosceva molte delle famiglie che abitavano lungo la via, per rilassare un po la tensione che si andava accumulando, provò a cercare di riconoscere le finestre dei conoscenti. Ma era peggio. Sembrava che nessuno, proprio quella sera, avesse avuto intenzione di lasciare un segno della propria presenza, nemmeno con un lume alla finestra, o dimenticato acceso sulle scale.
Altre folate di nebbia si accumulavano lungo la via. Ancora pochi passi e sarebbe giunta sul sagrato della chiesa. Lì, almeno, una luce brillava sempre, davanti al Bar Sport ed al circolo delle Acli.
Ironia della sorte. Era forse saltata la corrente?
Percorsi pochi passi sul sagrato, si fermò quasi cercando le luci del lampione e della vetrina del bar.
Non c erano.
Non potevano essere spente. Vero che nessuno sarebbe uscito con un tempo simile; ma il padrone del bar non poteva aver deciso di andare in ferie all’improvviso: anche se avesse chiuso l’esercizio, se ne sarebbe stato rintanato in cucina, davanti al televisore, fino a tarda sera. Da quando aveva conosciuto Giusto Bulgarini, se lo ricordava accanito tifoso della Juventus, e quella sera la squadra stava giocando gli ottavi di finale della coppa delle coppe. Se lo ricordava anche notevolmente sordo, quindi doveva almeno sentire il volume della televisione.
Ma non era solo quel suono che mancava. Non si sentiva niente altro, all’infuori del rumore dei tacchi delle sue scarpe, che battevano sul selciato. Si rese conto che da quando aveva lasciato la stazione non aveva incrociato nessuno, nè a piedi nè in bicicletta; ma neppure una macchina aveva percorso la via Matteotti. E non aveva visto neanche il capostazione di turno, che, come di prammatica, usciva sulla porta dell’ufficio al passaggio di ogni treno.
Incominciò ad avere paura. Inconsciamente, aveva affrettato il passo; aveva superato la chiesa e si era infilata in via Verdi. Fatti pochi passi, si arrestò di botto. La nebbia sembrava essersi diradata, ed era apparso all’improvviso. In mezzo alla strada, in modo da ostruire gran parte del passaggio, era fermo un carro. Se non si fosse arrestata, avrebbe battuto la testa sul pianale.
Il silenzio, come la nebbia, avvolgeva ogni cosa. Restò immobile. L’eco del ticchettio delle sue scarpe si era smorzato: inghiottito dalla nebbia. Adesso il silenzio era assoluto. La via era stretta, e il carro era accostato alla parte destra, per cui girò sulla sinistra, lentamente, per superarlo. Meno male che non c’erano automobili in giro: se solo una fosse entrata in via Verdi avrebbe urtato violentemente quell’attrezzo disintegrandolo, tanto sembrava fragile.
Chi poteva aver avuto quell’idea così brillante di piazzarlo proprio in mezzo alla strada e subito dopo la curva? E di chi era quel carro? Non ricordava di averne più visti in giro da almeno una decina di anni. Almeno non in paese. E quella zona la conosceva bene. A pochi passi, abitava la nonna, nella cui casa, si può dire, era vissuta da quando era nata. Solo da due anni avevano acquistato una casa che si affacciava sul parco Carlo Cattaneo, a poche centinaia di metri da li.
Non ricordava nessuno che avesse un carro. Se non nei racconti della nonna.
Mentre i pensieri frullavano nella sua mente, cercava di superare l’ostacolo, sfiorando con la spalla il muro alla sua sinistra.
Il suono delle voci le giunse all’orecchio improvvisamente. Qualcuno, in lontananza, stata parlando. Si fermò, volgendosi alla sua sinistra, dove si apriva il cortile dei Larghi. Il suono era ora più distinto, ma non per questo ne trasse motivo di sollievo. A quanto sapeva, la casa che aveva ospitato la famiglia Larghi, almeno in quel periodo dell’anno, era completamente deserta. I due figli del Luigi abitavano altrove: uno a Torino, dove lavorava per la Fiat auto; l’altro addirittura in Germania: era un ingegnere nucleare, e si era allontanato dall’Italia dopo il referendum contro l’uso dell’energia atomica. Nessuno dei due era tornato nella casa dei genitori, almeno negli ultimi tre anni, da dopo che la Mariuccia, la madre, era morta.
Col tempo, i ragazzini avevano incominciato a raccontare cose strane su quel cortile. Ma, si sa, la loro fantasia era molto fervida, e vedevano troppi film. Anche altra gente diceva che succedevano cose strane nel cortile e nella casa dei Larghi. Se n’era interessato anche il sindaco Bortolotti, e don Piero, ma solo per vedere di far cessare quelle voci che erano prive di fondamento.
Adesso però, mentre stava superando il portone del cortile, aveva udito chiaramente delle voci, O forse era la paura che si era impossessata definitivamente di lei. Si affrettò a superare quella bocca enorme e maleaugurante. Le gambe sembravano pesanti e faceva fatica a tirarsele dietro. Le orecchie tese all’ascolto del minimo rumore. Riuscì a staccarsi dal muro; si riportò verso il centro della via e riprese a camminare di buona lena. Sembrava che il terreno si fosse fatto più lento sotto le suole, e faticasse a sollevare i piedi.
Il suono dei tacchi era scomparso. Rallentando quasi incoscientemente, si trovò ferma, in mezzo alla strada. Il buio la circondava da ogni parte. Non una luce, non un suono, adesso: solo nebbia, che turbinava intorno. Si mosse lentamente verso sinistra, dove c’era il muro della casa della nonna. Incespicava, come se il terreno fosse diventato terra battuta. Allungò un braccio, quasi a voler anticipare il contatto col muro della casa che l’aveva vista nascere. Un passo, due, tre, sempre più incerti:
le mani tese, la fronte madida di sudore nonostante quella sera gelida.
Ma non trovò nessun muro a sostenerla. Sembrava svanito nel nulla. Non c’era più. In un momento di estrema lucidità, si volse a destra, per verificare se il carro che aveva superato da pochi istanti fosse ancora al suo posto, ammesso che lì fosse il suo posto.
C’era ancora.
Si volse indietro, e, tra le folate di nebbia, vide il muro del cortile dei Larghi. Ma davanti a sè il muro di casa sua era svanito. Tentò di avanzare ancora. Le scarpe incespicarono in un sasso piuttosto grosso, che le fece quasi perdere l’equilibrio. Riuscì a reggersi in piedi; andò ancora avanti, sempre protesa per toccare il muro della casa. Si accorse che il terreno diventava cedevole. Cadde il quello che poteva essere un fosso. O un burrone.
Il tempo aveva assunto una dimensione particolare. Forse era svenuta, o aveva dormito. Percepì ancora il suono di voci ignote. E quello che senti e che vide non la fece stare meglio.
In lontananza, sentiva, filtrati attraverso la nebbia, dei passi che si stavano avvicinando. Il ritmo era cadenzato, come se si trattasse di un drappello di soldati in marcia. Una voce secca impartiva ordini in una lingua che non conosceva. Impaurita, cercò di nascondersi tra i cespugli che costeggiavano la strada: le ortiche si erano attaccate al cappotto e la attanagliavano, ma riuscì a divincolarsi e a distendersi lungo il fossato. La terra era dura e ghiacciata e le graffiò le palme delle mani. Accostò anche la faccia a terra, cercando di scomparire il più possibile: ma, anche ammesso che qualcuno avesse guardato dalla sua parte, difficilmente avrebbe intravisto qualcosa. Ringraziò la sua abitudine di evitare categoricamente colori sgargianti. Il freddo le penetrava nelle ossa.
Il gruppo di persone si avvicinava: il terreno sembrava quasi tremare al ritmo dei passi. Quando non furono a più di cinquanta metri, in uno squarcio che si era aperto nella nebbia ebbe la visione nitida di coloro che si stavano avvicinando. Indossavano delle divise bianche. Alla vita un cinturone che risaliva incrociato sul petto. In spalla un moschetto con la baionetta innestata. Sulla testa un kepì.
L’attenzione per quanto stava vedendo era così forte che non si rendeva conto nemmeno del fatto di essersi alzata a sedere sul ciglio del fosso. Risalì velocemente ai suoi pochissimi ricordi di scuola: figure simili le aveva incontrate nelle raffigurazioni dei libri di storia. Si trattava di soldati dell’impero austro-ungarico.
Restò sconcertata, immobile: le braccia rannicchiate attorno al corpo e le mani che premevano sulla bocca, per evitare il grido che le nasceva dentro. Il drappello avanzava sempre di più, e, ormai, anche nella nebbia fitta sarebbero stati visibili, come lei lo era certamente per loro: ma non riusciva a muoversi: i muscoli del suo corpo non volevano ubbidirle: anche se avesse loro ordinato di muoversi, sarebbe rimasta ferma, in balia della sorte che incombeva su di lei.
Ancora più sconcertata, si accorse, però, che quei soldati non solo non stavano guardando nella sua direzione ma sembravano ignorarne anche la presenza: il capo drappello, ritto, impettito, con la mazza in mano (è la mazza di nocciolo della poesia del Giusti, pensò tra sè quasi allucinata dalla visione: si tratta di un caporale) proseguiva imperterrito lungo la via, urlando ordini in tedesco. I soldati, con lo sguardo fisso in un punto imprecisato davanti a loro, battevano il passo. Ma mentre lei, col suo respiro affannoso, emetteva una quantità enorme di vapore dalla bocca aperta in un grido non emesso, tutta quella gente che le stava sfilando davanti sembrava non respirare: e nemmeno il caporale, che continuava ad urlare i suoi ordini, emetteva un filo di vapore. E questo non servì certamente a tranquillizzarla, ammesso che qualcosa avesse potuto ottenere questo risultato. Il ritmo dei passi era ossessionante: l’unica cosa viva di un drappello di soldati usciti da chissà dove. Erano lì che pestavano il terreno, il loro capo urlava come un forsennato: il suono metallico di quella voce le rombava nelle orecchie; ma erano morti. Non respiravano.
Una sensazione di gelo la prese in tutto il corpo; senti i capelli sulla nuca che le si rizzavano; con uno sforzo che la stava spossando riuscì a gridare. Ma la sua voce sembrò volare nella nebbia senza sfiorare quelle cose che le stavano passando davanti.
Si era alzata in piedi, come un automa, stregata da quella visione allucinante che le scorreva davanti come un film. E, come la scena sgradevole di un film, dopo un tempo che le parve immenso, quelle cose svanirono nella nebbia: restò solamente il suono dei passi che battevano il terreno, ma anche questo, piano piano svanì nella nebbia.
Non era svenuta, perchè quando ricominciò a comprendere ciò che le accadeva intorno era ancora in piedi. Stava tremando per il freddo che le era penetrato nelle ossa, e per il terrore che si era impossessato di lei. Lo sguardo cercò ancora quelle presenze impossibili, che le erano sfilate davanti: ma adesso era sola nella nebbia. Il silenzio era tornato sovrano a distendersi intorno a lei.
Riprendendo lentamente la padronanza del suo corpo, azzardò qualche movimento delle braccia e delle gambe. Sentiva freddo, anche se il cappotto la copriva quasi completamente, ed il collo di pelliccia era rialzato fino alle orecchie. Cercò di muovere alcuni passi risalendo verso la strada. Si muoveva a fatica, incespicava, ma, aiutandosi con le mani, riuscì a raggiungere il ciglio della strada. Riprese a camminare prendendo la direzione per casa sua, dubitando fortemente, dentro di sè, di poterla trovare.
Adesso la strada era deserta. Il silenzio era quasi palpabile. Sotto i piedi sentiva ancora il terriccio della strada: qualche arbusto, sul ciglio della strada, le percuoteva le caviglie. Non serviva chinarsi per sentire il terriccio sulla strada, che una volta era asfaltata. Sarebbe servito solamente a confermare una situazione che era evidente negli squarci della nebbia: stava camminando in aperta campagna in un posto che una volta era il centro del paese. Era caduta lungo un fossato che una volta era il portone della casa di sua nonna. Tutte queste cose di una volta erano misteriosamente scomparse.
No: tutto era misteriosamente tornato indietro nel tempo: non di molto, certo, di circa centocinquant’anni, ma era normale, anche se lei cercava di chiedersi cosa ci facesse lì, tra quei viottoli, tra quelle campagne. Ormai, camminava priva di una meta: d’altra parte, dove poteva andare se tutto intorno era scomparso? Se il paese dove aveva trascorso i suoi anni doveva ancora nascere e crescere per arrivare al ventesimo secolo?
No, nascere no. Il paese c’era: almeno fino ad un certo punto c’era stato. Era arrivata con il treno, aveva percorso alcune strade ed aveva visto alcune case: buie, è vero, disabitate, forse, ma pur sempre presenti. Solo dopo aver svoltato in via Verdi... via Verdi: probabilmente Giuseppe Verdi era ancora vivo mentre lei si stava crogiolando con quei pensieri folli; probabilmente era seduto al pianoforte a comporre una romanza per un suo nuovo melodramma. Se ben ricordava, l’unica incursione di soldati austriaci che era avvenuta nel suo paese era del 1849. Così almeno riportava un volume sulla storia di Vedano Olona a cui lei stessa aveva contribuito, per incarico del comune, nel 1993.
Questo pensiero, che le era affiorato alla mente, le dava un po’ di tranquillità: adesso, almeno, sapeva che, misteriosamente, si era ritrovata nel 1849. Non che questo la tranquillizzasse molto, invero; ma, almeno, sapeva dov’era capitata: meglio: quando era capitata. Si sedette sul ciglio della strada, con le gambe nel fossato. Il silenzio intorno era ossessionante. Cercò, nei limiti del possibile, di fare il punto della situazione: di ricostruire i suoi passi per cercare di capire esattamente da quando era passata in un’altra età. Ma era difficile riuscire a ricordare qualche cosa.
Pensò ad Andrea, che non l’aveva aspettata alla stazione; a suo padre sotto la doccia; a sua madre che si affrettava a preparare la cena. Si rese conto, soprattutto, che adesso tutte queste persone non potevano aiutarla: era sola in un paese che non esisteva, o che era tornato indietro nel tempo, come nei peggiori, o migliori libri dell’orrore, di cui era un appassionata lettrice. Decise che doveva fare qualche cosa per non impazzire, ammesso che non lo fosse già.
La tensione era stata così forte che si era ritrovata con le braccia attanagliate alle gambe. La testa le era diventata pesante e inconsciamente l’aveva appoggiata alle ginocchia. Passò dalla veglia al sonno senza accorgersi.
Sua madre aveva già versato la minestra: suo padre era uscito dalla doccia:
mancava solo lei. Aveva certamente preso il freno delle sette e quaranta da Milano, altrimenti, com’era sua abitudine, avrebbe telefonato annunciando il ritardo. Conosceva troppo bene sua madre, per non avvertirla. Suo padre, infine, avrebbe fatto un salto con la macchina in stazione a prenderla, per evitarle un tratto di strada poco frequentato ad un’ora ormai notturna. Oppure avrebbero avvertito Andrea, che non avrebbe esitato ad uscire per andarle incontro.
Ma aveva preso il freno giusto, aveva incontrato i soliti amici, aveva percorso le solite strade... fino a quando quel carro, all’imbocco di via Verdi, non le aveva ostruito la strada. Da quel momento, adesso incominciava a rendersene conto, tutto era cambiato, a cominciare dal terreno, che, sotto le sue scarpe, era diventato morbido e friabile, si era trasformato da cemento in terriccio, e l’aveva ingurgitata nel tunnel del passato.
Doveva tornare all’inizio di via Verdi e cercare di uscire da quel tunnel in cui si era infilata accidentalmente. Non era sicura che tutto sarebbe ritornato come prima: non poteva tornare come prima, in ogni caso, ma doveva provare.
Lentamente, ma con determinazione, si era svegliata dal torpore che l’aveva presa. Si era alzata ed aveva iniziato a percorrere a ritroso la strada. Adesso, sulla sinistra, aveva la voragine della casa della nonna: nella nebbia che si stava diradando poteva scorgere alcuni alberi che sorgevano a poche decine di metri, e che calcolò di dovessero trovare nella zona in cui più di un secolo dopo sarebbe sorto il muro di confine con i Cattaneo. Come risucchiata dalla propria volontà di ritornare nella sua dimensione temporale, stava percorrendo il sentiero verso la casa dei Larghi, pronta a sfidare le voci che l’avevano terrorizzata pochi momenti prima. E si trovò a guardare nelle fauci del portone disabitato ma non sentiva più alcuna voce. Procedeva lentamente, adesso, per evitare quel carro misterioso che le si era parato davanti all’improvviso. Ma non vide nulla di anormale all’angolo con la piazza della chiesa. Se non le luci del Bar Sport e, vicino, quelle del circolo delle Acli..
Anche la nebbia sembrava essersi alzata, e permetteva alla luce dei lampioni di distendersi lungo la via Matteotti in un cordone che le permetteva di sfiorare con lo sguardo anche le finestre dei piano più bassi.
Si volse allora con terrore verso la via Verdi, temendo di essere di nuovo rapita dal tunnel di follia che l’aveva presa poco prima. Si sentivano delle voci, che sembravano provenire dal portone dei Larghi. Ma, un attimo prima di urlare tutto il suo terrore, riconobbe le voci pacate di Andrea e di suo padre, che, come sempre, le erano venuti incontro. Corse loro incontro con la faccia terrea e lo sguardo spiritato. Rideva e piangeva insieme.
Andrea l’abbracciò e la baciò: staccandosi da lei le tolse un filo di erba ghiacciata che le si era infilato tra i capelli.
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